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Il mio libro-inchiesta: ”Terra venduta”

giugno 4, 2010

Tempo fa, molto tempo fa, mi ero giustificato, per la scarsa frequenza con cui procedevo all’aggiornamento di questo blog, spiegando di avere qualcosa in ballo, qualcosa che stava occupando il mio tempo in maniera totale.

Ebbene, adesso posso finalmente svelare il mistero. Ho scritto un libro-inchiesta sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi in Calabria e, ancora, sulle incidenze patologiche che la presenza di queste scorie avrebbe sulla popolazione.

Il libro si intitola “Terra Venduta”, verrà presentato domani 5 giugno presso il salone del Palazzo della Provincia, alle 17. Molti organi di informazione hanno ripreso la notizia e di questo sono grato. Vi segnalo l’articolo apparso sul strill.it, il giornale on line per il quale lavoro.

Dal torrente Oliva di Cosenza alla Pertusola di Crotone, da Cosoleto, nella Piana, a Melito di Porto Salvo, nella ionica, e, ancora, i segreti affondati nel mare, gli atti giudiziari, le dichiarazioni

 dei pentiti, i dati ufficiali dei dipartimenti sanitari, le cifre di denaro attorno ai traffici illeciti di rifiuti e quelle delle morti per malattia sul territorio.

“Terra venduta – Così uccidono la Calabria – Viaggio di un giovane reporter sui luoghi dei veleni”, del giornalista Claudio Cordova per Laruffa Editore, è un’inchiesta diretta e coraggiosa che analizza i fatti e li intreccia a numeri spaventosi che descrivono una regione alla mercé della ’ndrangheta e attanagliata dalle malattie.

Le cosche, con alleanze impensabili e connivenze occulte, muovono un malaffare da milioni di euro. E uccidono il territorio sul piano dello sviluppo e, fatto ancora più grave, sotto il profilo della salute pubblica.     

Cordova ripercorre, con razionalità rigorosa e stile avvincente, i misteri insoluti delle navi avvelenate, della Pertusola, dei traffici d’armi, su rotte internazionali che, inevitabilmente e misteriosamente, finiscono per ritornare in Calabria. Soprattutto dà voce alla gente, ai comitati costituiti per chiedere la verità, alle storie individuali.

Informazioni e notizie puntuali, suffragate da riscontri documentali, dagli atti della Commissione parlamentare sui rifiuti, della DIA, di Legambiente e della magistratura, con una spietata e coraggiosa denunzia di omertà, omissioni, inerzie, negligenze dovute a pressioni di poteri occulti e a interessi enormi decisi a difendere i proventi illeciti con ogni mezzo, nessuno escluso (F. Imposimato).

Il libro, che gode del Patrocinio morale del Forum Nazionale dei Giovani e si avvale della prestigiosa prefazione del magistrato Ferdinando Imposimato, sarà presentato sabato prossimo, 5 giugno, alle ore 17, presso la sala del Palazzo della Provincia, a Reggio Calabria.

Oltre all’autore, interverranno: Omar Minniti, consigliere provinciale – Luigi De Sena, vicepresidente Commissione Parlamentare Antimafia – Angela Napoli, componente Commissione Parlamentare Antimafia – Giusva Branca, direttore responsabile Strill.it – Andrea Iurato, delegato Forum Nazionale dei Giovani – Nuccio Barillà, dirigente nazionale Legambiente – Roberto Laruffa, editore. Coordina Maria Teresa D’Agostino (Ufficio Stampa Laruffa).

Per le associazioni, i comitati, i semplici cittadini, insomma, per chiunque fosse interessato a organizzare una presentazione nella propria città, nel proprio paese, può contattare l’ufficio stampa della casa editrice Laruffa (ufficiostampa@laruffaeditore.it) oppure direttamente me (claudiocordova10@hotmail.com).

Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

La rivolta di Rosarno: epilogo drammatico e scontato

gennaio 8, 2010

A Rosarno è guerriglia tra immigrati, cittadini e forze dell’ordine. Vedo le foto, guardo le televisioni: le immagini non sembrano provenire dall’Italia, considerato uno dei Paesi più civili del mondo, ma dall’Africa, da sempre classificata come “Terzo Mondo”.

Con la rivolta degli immigrati, siamo di fronte alla tappa più drammatica di una storia vecchia: il 26 dicembre del 2008, più di un anno fa, scrivevo su strill.it, e riportavo su questo blog, un articolo. Eccolo:

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

Seminara, un posto tranquillo

aprile 20, 2009

seminara

L’odierna operazione “Artemisia”, condotta contro le cosche di Seminara dall’Arma dei carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Roberto Di Palma, è, di fatto, l’ideale continuazione della cosiddetta “Operazione Topa” che, nel novembre del 2007, portò all’arresto di 13 persone, tra cui sindaco, vicesindaco ed ex sindaco del borgo situato a metà tra la Piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte.

Nel maggio del 2007 a Seminara si vota e, alla vigilia delle elezioni amministrative, si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, presunto capo della ‘ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, sindaco uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura. Ecco cosa dice Rocco Gioffrè, presunto capo della locale composta dalle famiglie Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè, al sindaco uscente:

“Tu ti devi candidare, perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

Poi cosa accade?

Accade che Marafioti si convince e si ricandida. E Rocco Gioffrè mantiene la parola data: : la lista del sindaco Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

Otto in più di quelli previsti.

Secondo gli inquirenti, dunque, la ‘ndrangheta controllerebbe l’intero Comune  in provincia di Reggio Calabria, con diramazioni anche all’esterno. Ecco cosa scrive Francesco Forgione nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia:

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Nell’odierna “Operazione Artemisia”, gli investigatori sono convinti di aver incastrato il gotha della ‘ndrangheta di Seminara, il cui Comune, a distanza di quasi due anni, è ancora sciolto.

Le indagini sul nucleo Seminara cominciano dal dicembre 2006, all’indomani dell’omicidio del “boss” locale Domenico Gaglioti. Ad accendere i riflettori sul borgo reggino è la lunga scia di sangue che, da qualche tempo (dopo quella ben più famosa degli anni ’70) ha ricominciato a scorrere da quelle parti: ferimenti e tentati omicidi culminati, il 27 marzo del 2008, con l’omicidio di Silvestro Luigi Galati, poco più che ventenne.

Alla base i contrasti tra le due famiglie Gioffrè, quella degli “ndoli” e quella degli “ingrisi”, associata ai Caia e ai Laganà, da cui, poi, questi ultimi, sono fuoriusciti.

Esercito italiano: una risorsa per il Paese

gennaio 3, 2009

esercito

Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, a proposito dei presidi militari nei pressi delle discariche in Campania dichiara che “Questa storia dei militari a guardia delle discariche mi è sembrata fin dal primo momento un’iniziativa sbagliata. E ora devo proprio dirlo: stiamo umiliando i soldati e distruggendo la loro professionalità”.

Stiamo umiliando i militari.

Ma la gente si sente più sicura, dice, giustamente, Marco Nese del CorSera. La risposta di Tricarico: “E questo è un rischio. L’opinione pubblica si sta abituando a un impiego tutt’altro che ortodosso e le istituzioni si sentono legittimate a utilizzare lo strumento militare in modo sempre più abnorme. Siamo il Paese delle emergenze, e domani i soldati potrebbero essere chiamati a vigilare attorno alle carceri, a tenere sotto controllo gli stuoli di clandestini, a proteggere obiettivi di ogni tipo. Ma non sono questi i motivi per i quali ci siamo dotati di forze armate professionali”.

Tricarico vorrebbe, magari, che i militari stessero di guardia, come a Guantanamo, e che tenessero sempre sotto osservazione il loro “specchio” di nazionalità cubana e, sotto certi aspetti, avrebbe pure ragione. In condizioni normali l’esercito non dovrebbe, anzi, non deve, ricoprire compiti di pubblica sicurezza.

E però, sul sito ufficiale dell’esercito italiano lo slogan è il seguente: “una risorsa per il Paese”.

E inoltre la Campania è una terra molto particolare, la terra che, insieme alla Calabria, condivide, sul territorio, la più grave e marcata perdita di sovranità, da parte dello Stato, dai tempi delle stragi in Sicilia.

In quel caso, per ristabilire le gerarchie, fu inviato l’esercito con l’operazione “Vespri siciliani”.

Non sono assolutamente in grado di dare lezioni, anche per questo cerco sempre di usare toni spiccioli. Ma questa volta voglio fare un’eccezione.

La citazione è tratta dal volume “Elementi di geografia economica e politica” di Mario Casari, Giacomo Corna-Pellegrini e Fabrizio Eva, ed. Carocci: “La sovranità viene concepita generalmente come un legame forte e reale col territorio su cui si esercita. L’esercizio della sovranità deve dunque trovare una forma concreta nel e sul territorio. Quando una legge dello stato non viene rispettata da pochi singoli individui, ci si trova di fronte a una situazione di illegalità; ma quando le leggi trovano una sistematica e diffusa disapplicazione, si parla di perdita di sovranità dello Stato sul proprio territorio”.

Mi soffermo, in particolare, sull’ultima frase, quella in grassetto.

In Campania le infiltrazioni della camorra in ogni settore (anche in quello dei rifiuti) sono certificate dall’attività investigativa di magistratura e polizia. La perdita di sovranità, invece, è testimoniata dalla cadenza, pressocchè giornaliera, di crimini e omicidi. In Campania la legge non la detta più lo Stato, se pensiamo che alle forze dell’ordine è persino inibito l’accesso a determinati quartieri.

E in Calabria?

In Calabria la situazione è, all’incirca, la medesima.

In ordine sparso, negli ultimi giorni del 2008 e nei primi del 2009, abbiamo registrato un agguato a Bovalino che ha coinvolto anche un minorenne, il duplice omicidio di Cutro, in provincia di Crotone, l’omicidio di un imprenditore a Isola Capo Rizzuto, l’intimidazione alla giornalista di Calabria Ora, Angela Corica, a Cinquefrondi, e, da ultimo, un giovane, nel catanzarese, è stato picchiato a sangue e bruciato vivo e adesso lotta, in condizioni gravissime, tra la vita e la morte.

Senza contare, ovviamente, le decine di vetture che, in tutta la Calabria, prendono fuoco ogni notte, nonchè le continue intimidazioni subite dagli amministratori pubblici (l’ultima, dal punto di vista cronologico, è l’ennesima minaccia subita dal sindaco di Taurianova, Romeo).

Io non me ne intendo, ma, seguendo la logica, una situazione del genere, in Campania, quanto in Calabria, dovrebbe imporre la scelta, per lo Stato, di mostrare nuovamente i muscoli, almeno per tentare di porre rimedio alle numerose “emergenze” presenti nel Meridione.

Sarà un’idea vagamente fascista, ma, alla luce di quanto vi ho descritto e tutto quello che già sapete, mi sento di ribadire e rilanciare la mia linea di pensiero, che ho già espresso tante volte su questo blog: militarizzare immediatamente le “zone calde” del Sud. Palermo, Napoli, Caserta, Reggio Calabria, la Piana di Gioia Tauro, Crotone e tutte le aree su cui lo Stato, allo stato attuale, è costretto a “chiedere permesso” prima di entrare.

Rosarno: benvenuti all’inferno

dicembre 26, 2008

immigrati_braccianti

da www.strill.it

“Nei mesi invernali, da novembre a febbraio, migliaia d’immigrati si riversano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per lavorare alla raccolta di mandarini e arance”.

Comincia così la parte che riguarda la Calabria del rapporto svolto da Medici senza frontiere sugli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia.

La Piana di Gioia Tauro, ma soprattutto la zona di Rosarno, è interessata da flussi piuttosto consistenti di immigrati che, nei mesi invernali, quando il vento freddo della campagna colpisce e ferisce come una lama arroventata, lavorano la terra al posto dei “padroni”.

Rosarno è un comune, attualmente sciolto per infiltrazioni mafiose e affidato ai commissari prefettizi, di quindicimila abitanti.

Il numero di immigrati, nei mesi della raccolta, raggiunge circa le quattromila unità.

Sono per il 94% africani sub-sahariani, tutti giovani: per l’87% di età inferiore ai 30 anni. Il 90% di essi è entrato in Italia in maniera irregolare. Nessuno possiede un contratto di lavoro.

Basterebbero questi numeri per giustificare il titolo del rapporto stilato da Medici senza frontiere: “Una stagione all’inferno”.

Gli immigrati della Piana versano in condizioni spaventose. Ecco, la descrizione fornita dal rapporto di Msf: sfruttamento sul lavoro, alloggi totalmente inadeguati, esclusione sociale e in alcuni casi episodi di violenza costituiscono la realtà quotidiana degli stagionali in quest’area.
La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili dunque a un contesto di crisi umanitaria”.

Crisi umanitaria.

Un’espressione entrata da tempo nel vocabolario comune. Un’espressione che, solitamente, si attaglia ai Paesi poveri, sottosviluppati. Quelli del cosiddetto Terzo Mondo.

Repubblica democratica del Congo, Somalia, Iraq, Sudan, Pakistan, Zimbabwe, Myanmar, Etiopia, Haiti, Cecenia, Colombia, Uganda settentrionale, Costa d’Avorio.

Questa volta, però, l’espressione viene usata per Rosarno, piana di Gioia Tauro, Italia, Europa.

Eppure non si tratta di un’esagerazione. Gran parte degli immigrati della piana di Gioia Tauro, una cifra molto vicina al 90%, vive in strutture abbandonate: fabbriche dismesse, cascine disabitate. Strutture nelle quali mancano le più elementari basi su cui si poggia la civiltà moderna: riscaldamento, elettricità, acqua corrente, servizi igienici.

Lavorano in media due giorni alla settimana, per 25 euro al giorno. Da questa misera ricompensa devono sottrarre, però, i “costi d’equipaggiamento”, dato che devono acquistare, con i propri soldi, i guanti e gli stivali necessari per il lavoro.

Un lavoro che deve essere cercato, mendicato, quotidianamente: ogni giorno, fin dalle prime ore dell’alba, gli immigrati si riversano nel centro del paese aspettando di essere reclutati da datori di lavoro e caporali.

Nella piana di Gioia Tauro il feudalesimo non è ancora finito.

Il rapporto di Medici senza frontiere ha come anno di riferimento il 2007. Scrivono da Msf: “A rendere la situazione ancora più drammatica, gli immigrati intervistati hanno denunciato di essere vittime di maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti, da parte di adolescenti per lo più”.

E’ una descrizione veritiera, accurata e inquietante che riporta immediatamente all’attualità. Al 12 dicembre scorso, quando, a Rosarno, vennero feriti due immigrati che vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco mentre si trovavano in contrada Focolì di Rosarno, lungo la strada per San Ferdinando.

Per il ferimento degli immigrati i carabinieri di Rosarno, sotto le direttive del procuratore della Repubblica di Palmi, Francesco Neri e del pubblico ministero, Stefano Musolino, hanno tratto in arresto Andrea Fortugno, di 24 anni, che, comunque, non sarebbe stato il solo a partecipare all’atto criminoso. Secondo gli inquirenti gli spari contro i due extracomunitari sarebbero una reazione ad una fallita richiesta estorsiva rivolta al gruppo di immigrati impiegati nei lavori agricoli a Rosarno e che sono ospitati in un ex cartiera.

Una di quelle strutture fatiscenti per usufruire delle quali gli immigrati sono costretti a pagare anche fino a cinquecento euro al mese.

Per Andrea Fortugno gli inquirenti ipotizzano un possibile collegamento con la ‘ndrangheta del luogo che, inevitabilmente, porta a un cognome ben preciso: Pesce.

Sì perché in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, c’è la ‘ndrangheta. E se gli immigrati vivono in condizioni disumane, senza la possibilità di usufruire di cure mediche, lavorando per pochi spiccioli e, per di più, sono vittime di estorsioni e di aggressioni anche a suon di pallottole, la ‘ndrangheta c’entra eccome.

Un Pesce piccolo

dicembre 20, 2008

pesce

Ci aiuterà a capire tutto un po’ meglio. Partiamo, come sempre, dalla relazione sulla ‘ndrangheta della Commissione Parlamentare Antimafia:

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali.

Sì, il porto di Gioia Tauro è un bell’affare:

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

E nella piana di Gioia Tauro i cognomi che contano sono quelli di sempre:

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

Sono in particolare le operazioni “Decollo” e “Decollo bis” a chiarire i traffici di droga della famiglia Pesce di Rosarno, da sempre alleata ai Bellocco.

Una premessa abbastanza ampia, lo so. Ma serviva per spiegarvi che i Pesce, a Rosarno e non solo, sono una famiglia d’onore, sono dei pesci volanti.

E volano alto.

Un po’ meno, magari, Francesco Pesce, 30 anni, figlio del pregiudicato Antonino Pesce, classe 1953, nipote, a sua volta, dell’indiscusso boss Giuseppe, classe 1923.

Sì perchè Francesco Pesce è stato arrestato, proprio ieri, con l’accusa di aver rapito la propria ex fidanzata di 21 anni.

Di aver rapito una ragazza di 21 anni.

Sì, lei non lo voleva più.

Mi piace pensare che non lo volesse perchè Francesco Pesce appartiene a una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta calabrese, ma non mi illudo.

La realtà, magari, sarà diversa. Magari i due non andavano più d’accordo, non si amavano, lui non le piaceva più.

Chi lo sa.

Poco importa il motivo. Lui, Francesco Pesce, l’avrebbe rapita lo scorso 26 agosto.

La madre della ragazza avrebbe raccontato tutto ai carabinieri di Rosarno, facendo proprio il nome di Francesco Pesce.

Non formalizzerà mai una denuncia, però. Meglio non rischiare.

Adesso, però, Francesco Pesce è in carcere accusato di sequestro di persona. Ma non uno di quei sequestri, di cui la ‘ndrangheta è esperta, che fruttano tanti soldi.

Francesco Pesce, rampollo di una famiglia della ‘ndrangheta da sempre dedita al crimine, al traffico di droga e di armi, in particolare, avrebbe rapito, insieme ad altri tre uomini, una ragazza di 21 anni, sotto la minaccia di una pistola.

Proprio un Pesce piccolo.