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Berlusconi indagato a Reggio Calabria?

dicembre 6, 2009

da www.strill.it

L’articolo lo firma, a pagina 7, Gian Marco Chiocci. L’attendibilità delle informazioni contenute nel pezzo è tutta da confermare e non di certo per disistima nei confronti dell’inviato de “Il Giornale”. Il punto è questo: il clima, ardente, delle ultime settimane, ha imbarbarito la politica, ma ha imbarbarito, purtroppo, anzi, soprattutto, i giornali, di destra e di sinistra.

La storia è questa.

Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri titola, in maniera eloquente: “Pure i pm di Reggio in gara per ‘avvisare’ il Cav”.

Il Cav è, ovviamente Silvio Berlusconi.

La notizia è fornita dallo stesso collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che, pochi giorni fa, ha tirato in ballo, a Torino, Berlusconi e Dell’Utri che, a dire dell’ex killer di Cosa Nostra (responsabile di oltre 40 omicidi), avrebbero intrattenuto rapporti assai stretti e oscuri con la mafia siciliana. Spatuzza dice di essere stato interrogato, negli ultimi mesi, anche dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L’ufficio reggino, peraltro, è diretto da un anno e mezzo da Giuseppe Pignatone, un palermitano che di indagini su Cosa Nostra ne ha fatte parecchie nella propria carriera: la presunta inchiesta di cui parla “Il Giornale” riguarderebbe gli interessi comuni di mafia e ‘ndrangheta a Milano, con particolare riferimento al mercato ortofrutticolo, alle spedizioni, alle imprese di pulizia.

Tutti business che, come è noto, interessano non poco le mafie.

Si parte da un fotogramma che, in un bar di Milano, ritrae il boss di Africo, Salvatore Morabito. La presenza degli “africoti” nel capoluogo lombardo, infatti, è certificata da ampia letteratura, nonché da sentenze passate in giudicato. Morabito sarebbe stato scovato in compagnia di Giuseppe Porto, che Gian Marco Chiocci definisce “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”.

Berlusconi e Dell’Utri nella storia rientrerebbero in maniera indiretta. A fare da collante c’è, come spesso accade quando il Premier viene accostato alla mafia, Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, ma anche “uomo d’onore” e pluriomicida di Cosa nostra, appartenente al mandamento di Porta Nuova, retto da don Pippo Calò. Giuseppe Porto, il “palermitano e referente di Cosa nostra nella città della Madonnina”, infatti, sarebbe stato molto vicino allo stesso Mangano. Scrive Gian Marco Chiocci: “Il nome di Porto spunta infatti in più inchieste ed è spesso affiancato a quello del fattore di Arcore e dei suoi rampolli, Enrico di Grusa, genero di Mangano, e Daniele Formisano, che, secondo il pentito Angelo Chianello (tenuto in grande considerazione dalla Procura di Milano) sarebbero legati a doppio filo proprio a Porto”.

Ci sarebbero anche le figlie di Vittorio Mangano in un filmato agli atti del Procuratore Giuseppe Pignatone: gli intrecci tra Cosa nostra e ‘ndrangheta, quindi, riguarderebbero le infiltrazioni, e anche in questo caso vi sono diverse inchieste sul tema, nel mercato ortofrutticolo milanese.

Che le mafie avessero colonizzato Milano è storia nota e vecchia: qualcuno la definisce, non solo giornalisticamente, “la capitale delle mafie”.

Tanto la ‘ndrangheta, quanto Cosa nostra.

“Il Giornale” fa il proprio “dovere”: si schiera dalla parte di Berlusconi e Dell’Utri. Scrive, in conclusione, Gian Marco Chiocci: “Fatti che possano collegare logicamente tutti questi personaggi? Nessuno. Prove che associano Dell’Utri al “cinese” (Giuseppe Porto)? Nessuna”.

Niente, di niente. Secondo il quotidiano diretto da Vittorio Feltri sarebbe un’ennesima macchinazione: dopo Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano, Reggio Calabria sarebbe la quinta Procura pronta a indagare il Premier.

Sull’attendibilità dell’articolo si è già detto in apertura: “il clima infame”, tanto per citare un politico del passato, delle ultime settimane, ha fatto perdere credibilità a tutti. Pendere dalle labbra di un ex killer come Spatuzza è certamente un eccesso, ma negare aprioristicamente ogni elemento emerso nelle ultime settimane sarebbe altrettanto nocivo.

Si indaghi, se è necessario.

Ma quello tirato fuori da “Il Giornale” potrebbe essere un fatto vero (e quindi grave), ma potrebbe anche essere (e la gravità sarebbe identica) l’ennesima puntata del gioco delle parti, di giornalisti, di destra e sinistra, che si trasformano in “braccia armate” della politica, perdendo di vista il bene supremo per chi voglia tentare di fare informazione: la verità.

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Se c’è una nave dei veleni al largo di Melito Porto Salvo qualcuno sa già tutto

settembre 16, 2009

mare

da www.strill.it

“Le persone che avevo coinvolto nelle deposizioni fatte al dottor Romanelli erano Nicholas Bizzio, mafiosi, gruppo Iamonte”. A parlare non è il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, ritornato alla ribalta per le dichiarazioni su un ingente traffico di rifiuti tra la Calabria e la Somalia, dopo che, per anni, in molti hanno considerato alla stregua di barzellette le sue dichiarazioni. A parlare è, invece, un uomo, si chiama Gianpiero Sebri, al cospetto della Commissione Parlamentare sul duplice omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, trucidati proprio in Somalia il 20 marzo del 1994.

Palazzo San Macuto si trova a Roma, in via del Seminario. E’ un edificio piuttosto antico che, negli anni, ha acquisito anche un significato simbolico: diventa così il luogo ove il tribunale dell’Inquisizione, istituito da Paolo III nel 1542, svolge l’adunanza della Congregazione segreta nella quale si dà lettura delle sentenze. Dal 1974 il complesso è utilizzato dalla Camera dei Deputati. Palazzo San Macuto, infatti, è la sede delle commissioni parlamentari e della biblioteca della Camera dei Deputati.

La Commissione sul duplice omicidio Alpi-Hrovatin si riunisce proprio a Palazzo San Macuto. E’ difficile seguire in maniera completa e assidua le riunioni della Commissione presieduta da Carlo Taormina: è difficile perché il contenuto delle testimonianze raccolte è delicato, è difficile perché spesso si fa fatica anche ad avere un calendario delle riunioni, è difficile perché spesso la Commissione si riunisce la sera, terminando i lavori a notte fonda.

Succede proprio questo il 20 ottobre del 2004: l’avvocato Taormina apre la seduta alle 20.40.

Ad essere audito, in serata, è Giampiero Sebri.

Sebri è un uomo vicino agli ambienti del Partito Socialista Italiano e, nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, consente alla Procura di Milano di avviare un’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Romanelli, su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. L’inchiesta verrà archiviata nel luglio del 2005.

Parla parecchio Gianpiero Sebri, alcuni giorni prima, il 14 ottobre del 2004, al cospetto della stessa Commissione, dice di essere stato “un uomo di Luciano Spada”. Anzi, per la precisione dice di essere stato “un portaborse per un gruppo che trafficava in rifiuti tossici nocivi radioattivi e credo anche in armi”, fino alla morte dello stesso Spada, faccendiere ritenuto molto vicino a Craxi, avvenuta nel 1989.

Davanti al presidente Carlo Taormina, Sebri non fa altro che ripetere quanto aveva già affermato in un’intervista ai giornalisti di “Famiglia Cristiana” Barbara Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari. I giornalisti chiedono: “Quanti rifiuti finirono in Somalia?” La risposta: “E chi può dirlo? Che io sappia, i carichi furono numerosi. La Somalia divenne la nuova pattumiera, nonché il Paese di destinazione di diverse partite d’armi. So, ad esempio, di un container di armi caricato su una nave in partenza da Ravenna, diretta in Somalia. Me lo raccontò Spada. Parlando più in generale, devo dire che spesso questi “affari” potevano avvenire grazie al coinvolgimento di mafiosi che garantivano protezione e, all’occorrenza, lavori sporchi”. C’è sempre un patto con qualche clan mafioso? “Spesso. So che alla Somalia, ad esempio, sono sempre stati molto interessati i calabresi, mentre – parlando delle spedizioni dirette nell’Est europeo – Bizzio fece esplicito riferimento alla mafia, in particolare al clan Iamonte”.

Nickolas Bizzio è un miliardario poco noto al grande pubblico, ma molto influente nel mondo degli affari. Nato a Piacenza nell’agosto 1936, ha origini italiane, passaporto americano e residenza nel Principato di Monaco. Sale agli onori della cronaca un paio d’anni fa per aver tentato la scalata alla Buffetti insieme alla Banca del Gottardo. Di rifiuti, in realtà, Bizzio si occupa da tempo. Si vanta lui stesso: “Io in questo campo ci sono da anni, sono stato uno dei primissimi”.

Sebri parlerà parecchio, citerà numerose persone, alcuni decideranno anche di querelarlo. Ma, adesso che il coperchio sui traffici di rifiuti radioattivi è stato scoperchiato grazie alla tenacia del Procuratore Bruno Giordano, sarebbe forse il caso di rivedere le dichiarazioni rese dall’ex portaborse di Luciano Spada al pubblico ministero Maurizio Romanelli, dalle quali non sfociò altro che un’archiviazione. In quelle dichiarazioni Gianpiero Sebri citava la consorteria mafiosa Iamonte di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria.

Ed è una dichiarazione che fa il paio con quanto affermato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti, il quale afferma che l’imprenditore Giorgio Comerio, personaggio controverso che aveva inventato un metodo per interrare nei fondali dei siluri carichi di rifiuti radioattivi, ebbe modo di raccontargli di aver già lavorato con la ‘ndrangheta e in particolare con Natale Iamonte, capo della famiglia di Melito Porto San Salvo, cui aveva chiesto aiuto per affondare la Rigel, una nave carica di rifiuti radioattivi al largo, nelle acque internazionali, davanti alla costa Ionica.

E Fonti sembra essere ritenuto piuttosto attendibile.

E allora, se il collaboratore di giustizia Francesco Fonti, di recente riassegnato al programma di protezione, afferma il vero, quando parla dell’esistenza di un’altra “nave a perdere” al largo delle coste di Melito Porto Salvo, dove anche per un sospiro è necessario chiedere il permesso alla famiglia Iamonte, si sa già chi potrebbe sapere qualcosa in più in merito.