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”Non è la Cunsky”: come insabbiare una nave in fondo al mare

ottobre 31, 2009

cunsky

da www.strill.it

“C’è una conferenza stampa a Roma? Allora significa che insabbieranno tutto”. Lo ha detto, quando ancora la smentita ufficiale non era arrivata, un magistrato della Repubblica italiana. Che io non creda a quanto detto dal Ministro Stefania Prestigiacomo e dal Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso che giurano che la nave al largo di Cetraro non sia la Cunsky, come invece affermato dal pentito Fonti, ha ben poca importanza. Le mie saranno sicuramente le elucubrazioni di un farabutto complottista.

Dicono che la nave al largo di Cetraro sia un piroscafo silurato dai tedeschi nel 1917, il nome sarebbe scritto sullo scafo, dicono, sostanzialmente che l’indicazione di Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che da anni afferma di aver affondato personalmente una motonave, la Cunsky, nelle acque di Cetraro, sia solo una coincidenza: nel punto indicato da Fonti, a cinquecento metri di profondità, c’è una nave, è vero, ma quella non è la Cunsky.

Insomma il collaboratore di giustizia c’ha provato, magari per rientrare nel protocollo di protezione, attualmente negatogli e che adesso, alla luce della smentita, difficilmente otterrà. Fonti ha indicato un luogo, per qualche settimana il suo gioco ha retto, ma poi è stato smascherato. Ha indicato il mare ha detto: “Lì c’è una nave”. E ha indovinato, perché lì, proprio in quel punto, una nave c’è, ma, stando a quello che dicono Prestigiacomo e Grasso, non è la Cunsky, ma una nave affondata, in guerra, oltre novanta anni fa. Sarebbe stato molto più semplice azzeccare un sei al Superenalotto.

C’è la smentita ufficiale, ma io non credo alle coincidenze.

La mia sarà sicuramente dietrologia, però. Mi piace la definizione di dietrologia fornita, tanto per restare in tema, da Carlo Lucarelli nel suo libro Navi a perdere: “Ci sarà sempre una città che si trova a una distanza dalla piramide di Cheope che moltiplicata, sottratta, divisa ed elevata al quadrato fa 666, il numero della Bestia”.

Vedere qualcosa sotto, pensare che, per l’ennesima volta, le navi dei veleni possano essere risucchiate, nuovamente, nel porto delle nebbie, sarà pure dietrologia ma di certo il caso si chiude (lo hanno detto Grasso e Prestigiacomo che il caso è chiuso) positivamente e nel modo più semplice: “Cari calabresi, la nave di Cetraro non è quella che pensavate che fosse. Arrivederci e grazie”.

Insomma, alla luce delle conclusioni, rese note dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dal Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, Fonti ci ha preso in giro: “Non è un collaboratore di giustizia attendibile”, hanno detto gli investigatori. Però, oltre a Fonti, ci avrebbero preso in giro anche le immagini, realizzate da un filmato girato dalla Regione Calabria, che sembravano mostrare chiaramente che alcuni fusti, a bordo di quello scafo a cinquecento metri di profondità, ci fossero.

E, in mezzo a tutti i calabresi, le immagini hanno preso in giro anche persone piuttosto esperte: l’assessore regionale Silvio Greco, per esempio. Ma anche il Procuratore di Paola, Bruno Giordano, il primo a indagare, con grande impegno, sul relitto di Cetraro, prima che il fascicolo fosse trasferito alla Dda di Catanzaro: “Se sia davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito”. Insomma, nei giorni successivi allo scorso 12 settembre, data in cui, per la prima volta, si sa qualcosa sul relitto di Cetraro, Giordano manteneva la giusta cautela, ma sembrava convinto della veridicità delle affermazioni di Fonti. Molto più esplicito era stato, per esempio, Nicola Maria Pace, attuale procuratore di Trieste che, nella sua carriera, si è occupato di navi dei veleni di concerto con il giudice Francesco Neri e il Capitano della Marina Militare, Natale De Grazia. Commentando il memoriale di Fonti, Pace aveva detto: “…riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria”.

Sarebbe interessante sapere, oggi, cosa pensano dei risultati ottenuti dalla nave “Oceano” quella che il Ministero dell’Ambiente ha inviato in Calabria per gli accertamenti e che, secondo alcuni, non sarebbe attrezzata per una simile opera: ma Giordano e Pace sono magistrati competenti e responsabili, quindi difficilmente interverranno in indagini che non sono più sulle loro scrivanie.

Sarebbe altresì interessante capire perché, circa un anno e mezzo fa, il Dipartimento di Reggio Calabria dell’Arpacal abbia evidenziato nelle acque di Cetraro, esaminando le specie ittiche per i radionuclidi appartenenti alle famiglie dell’uranio, del torio e del cesio, la presenza di tracce di Cesio 137.

Lo stesso elemento diffusosi dopo la catastrofe di Chernobyl.

No, mi dispiace, rispetto la versione data dalle Istituzioni, ma non ci credo. Ma questo ha ben poca importanza: ha molta più importanza il rapporto dell’Arpacal di appena un anno e mezzo fa, hanno molta più importanza i pareri, espressi in periodi diversi, di tre magistrati della Repubblica.

Intanto quella nave c’è, ma, secondo i rilievi, non è la Cunsky: che esigenza c’è di recuperarla? C’è una nave in fondo al mare, ma, adesso, è insabbiata. E se con essa si fosse insabbiata, per l’ennesima volta, la verità?

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L’ultimo schiaffo

ottobre 7, 2009

calabria

Tutta Italia è informata, grazie agli articoli pubblicati dalle maggiori testate nazionali, delle offese rivolte alla Calabria da parte di Antonello Venditti, nel corso di un concerto in Sicilia, delle quali, per primo in assoluto, ha dato notizia strill.it, la testata per la quale lavoro.

Ecco le parole pronunciate da Venditti nell’introdurre un proprio brano, Stella:

“Ma perché Dio ha fatto la Calabria? Io spero che si faccia il ponte, almeno la Calabria esisterà. Qualcuno deve fare qualcosa per la Calabria». E, ancora. Ho conosciuto un ragazzo calabrese che prendeva il traghetto per la Sicilia, dove trovava una ragione, la cultura. In Calabria non c’è veramente niente, ma niente che sia niente”.

Venditti ha smentito ciò che è difficile smentire: “Non volevo offendere la Calabria”.

A parte ciò, si tratta dell’ennesima uscita, verbale e non, contro la regione. Ve ne ricordo qualcuna, più o meno recente:

1) Qualche mese fa, su LA7, il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale, nel non considerare una priorità la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (a mio avviso giustamente, peraltro), ha definito “due cloache” le città di Messina e Reggio su cui si fonderanno i piloni del ponte.

2) Ancor prima il suo collega Curzio Maltese, in un pessimo reportage su Reggio Calabria, aveva affermato che un reggino su due è “coinvolto a vario titolo in attività criminali”.

Per entrambi è scattata la querela.

3) Nello scorso dicembre, invece, Poste italiane divulga un francobollo celebrativo in occasione del centenario del devastante terremoto del 1908 che rase al suolo Reggio Calabria e Messina: ma la dicitura presente sul francobollo è lapidaria: “Terremoto di Messina”, di Reggio nessuna parola. Eppure i morti ci sono stati anche a Reggio Calabria.

4) Il giornale tedesco “Der Spiegel”, invece, criticando (anche qui a mio avviso giustamente) l’operato della Giunta Regionale di Loiero sull’elargizione di fondi pubblicitari alla nazionale di calcio, ha definito la Calabria “piccola, povera e mafiosa”. Querela anche in questo caso.

5) Infine (sto andando a memoria, quindi dimenticherò per forza qualcosa) lo “scandalo delle siringhe” orchestrato negli anni ’90 dalla Bbc che cosparse il Corso Garibaldi di Reggio Calabria di siringhe, per rendere il proprio reportage più succulento. La Bbc chiese scusa.

Quello di Venditti è solo l’ultimo schiaffo a una terra che, comunque, giorno dopo giorno, per non farsi mancare nulla, provvede in maniera molto efficiente ad autoflagellarsi. Ecco, forse questi insulti sono la diretta (e spesso meritata) conseguenza dei nostri comportamenti.

Una poltrona per due

luglio 11, 2009

loieroscopelliti

Come stanno i due probabili candidati che si giocheranno, la prossima primavera, la poltrona di Presidente della Regione Calabria?

Non bene, per motivi diversi.

Loiero deve lottare un po’ contro tutti, perchè da un lato il Governo Berlusconi si è ricordato, casualmente, a meno di un anno dalle elezioni regionali, che la sanità in Calabria è assai sotto l’asticella della decenza e adesso l’unica stada percorribile per Berlusconi, Sacconi, Fazio è  il commissariamento. Una carta che, tra qualche mese, un po’ tutti, candidato di centrodestra compreso, potranno sfruttare abilmente accollando i disastri sanitari ad Agazio Loiero e alla sua Giunta: “Siamo stati costretti a commissariare”, diranno.

E se l’idea di commissariare la sanità in Calabria appare, francamente, una poco criptica mossa da campagna elettorale, per Agazio Loiero (al momento l’unico nome di un certo peso nel centrosinistra calabrese) i problemi arrivano anche dagli alleati, da quel Partito Democratico che non prova nemmeno a legittimare e valorizzare l’opera, a dire il vero non entusiasmante, del Governatore: “Loiero ricandidato? Faremo le primarie”, ha detto qualche giorno fa, a Rende, Enrico Letta.

E intanto Loiero, in un’intervista rilasciata a Gazzetta del Sud ha dichiarato che se dovesse essere rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta Why not deciderebbe di non ricandidarsi. E la possibilità di un rinvio a giudizio non appare peregrina, dal momento che, pochi giorni fa, l’accusa ha chiesto il processo per il Governatore.

Ma, se Sparta piange, Atene non ride.

Il punto, quello vero, è che a destra i problemi vengono mascherati meglio. Molto meglio.

E così Giuseppe Scopelliti, giovane sindaco di Reggio Calabria, probabile candidato del Pdl alle prossime regionali, continua a ricevere brutti colpi alla propria immagine, ma, come un buon pugile, cerca di incassare senza mostrare cenni di cedimento.

Ma i fatti, ostinati, dicono che il ruolo di coordinatore regionale del partito di Berlusconi, assunto da qualche settimana, sta portando più grane che onori: il Pdl ha straperso (nonostante l’alleanza con l’Udc) alle provinciali di Cosenza, mentre ha vinto, ma non ha convinto, a Crotone.

Come se non bastasse i mal di pancia di ex forzisti (leggi il deputato Nino Foti), di tanto in si manifestano tramite dichiarazioni al vetriolo sull’operato del coordinatore regionale. Il Pdl, in Calabria, non riesce proprio a conciliare le due anime, Forza Italia e Alleanza Nazionale: battibecchi e dispettucci cui siamo stati abituati più dal centrosinistra che non dagli allievi berlusconiani.

Una cosa è certa e questo Scopelliti lo ha capito: pensare di potersi insediare a Palazzo Alemanni contando unicamente sui voti di Reggio Calabria e provincia è soltanto un sogno. E’ un discorso prettamete numerico. Il punto è che, inevitabilmente, per recuperare terreno nelle altre province, Scopelliti “trascura” la propria città: le assenze in Consiglio Comunale, anche quando si discute di temi delicati, si fanno sempre più frequenti; lo stesso Civico Consesso senza la presenza del proprio leader fatica ad articolare, civilmente e programmaticamente, un discorso di senso compiuto; Reggio Calabria, anche nell’aspetto esteriore, sembra soffrire di un certo scollamento nei meccanismi che l’avevano certamente resa più efficiente negli ultimi anni e, da ultima, quasi a metà luglio, dell’estate reggina, fiore all’occhiello dell’Amministrazione Scopelliti non v’è traccia.

Insomma, Loiero e Scopelliti non stanno benissimo. Le elezioni regionali sono vicine, ma non vicinissime: il centrosinistra potrà provare a rialzarsi sfruttando il fatto che, al momento, possiede il governo regionale, il centrodestra potrà contare sulla potenza berlusconiana, che potrebbe manifestarsi, tramite decisioni drastiche, anche in Calabria.

Ma la poltrona resta comunque una sola.

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Rifiuti: la Calabria rischia grosso. Ma a qualcuno l’emergenza conviene

aprile 29, 2009

rifiuti

da www.strill.it

Se si esclude l’assennato e fermo “no” sfoggiato contro la centrale a carbone di Saline Joniche, la decisione più significativa della Presidente Loiero, nei suoi quattro anni di governo della Calabria, in tema di ambiente, è stata, nel maggio del 2008, la revoca della delega all’assessore Diego Tommasi e la nomina del successore, Silvio Greco. Undici anni fa cominciava, ufficialmente, l’emergenza rifiuti in Calabria. Undici anni, tanto è passato dal 1998. Dire che in questi anni si sia navigato a vista, sarebbe, probabilmente, un complimento troppo generoso per le classi dirigenti (ancora troppo simili, negli uomini, a undici anni fa) che si sono alternate sul territorio.

Si è andati avanti di deroga in deroga: l’ultima il 18 dicembre del 2008, quando il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi ha prorogato l’emergenza rifiuti fino al 31 dicembre del 2009, nominando commissario straordinario il Prefetto Goffredo Sottile.
E La dichiarazione di ieri del il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, del Pdl, ha il sapore della beffa e getta inquietudine sul futuro calabrese: “”Se Veolia va via la Calabria si trova in crisi perché in questa regione c’è un’emergenza rifiuti più della Campania”, dice Tortoli.
Il sistema impiantistico integrato di smaltimento rifiuti della Calabria è costituito da un impianto di termovalorizzazione situato nel comune di Gioia Tauro e da cinque impianti di selezione e produzione di compost e CDR situati nei comuni di Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno, Crotone e Rossano Calabro, per una potenzialità complessiva di trattamento di 411.000 t/anno di RSU.
TM.E. SpA, ditta di termomeccanica ecologica con sede a Milano, si aggiudica il contratto, in regime di project financing, per la fornitura dell’intero sistema impiantistico e la sua gestione per 15 anni.
Da  TM.E. si passa poi a TM.T. S.p.A. – Tecnitalia, la società che, dal 1992, con concessione ventennale, gestisce anche il Termovalorizzatore di Vercelli, e successivamente a Veolia Servizi Ambientali.
Perché, allora, il vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, Roberto Tortoli, dice “se Veolia va via dalla Calabria…”?
Perché Veolia SpA non è più certa di poter continuare la propria opera, a due anni di distanza dall’impegno assunto per la gestione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in Calabria.
E’ la stessa società a comunicarlo, lo scorso 5 febbraio, tramite una nota stampa, nella quale si afferma che: 

“Veolia-Tec si trova in una situazione economico-finanziaria non più a lungo sostenibile, con 200 milioni di euro di investimenti, 85 milioni di euro di crediti pregressi nei confronti della Regione non versati e perdite nella gestione ordinaria, dovute al mancato rispetto del contratto, pari a 10 milioni di euro. I debiti della Regione sono composti da fatture non pagate (per 27,3 milioni di euro per il servizio espletato, di cui 11,4 milioni di euro da oltre un anno), una tariffa di smaltimento di gran lunga inferiore alla media di mercato, pari a 68,4 euro/t in confronto ai 120 euro/t della Versilia, un residuo di contributo pubblico di 33 milioni di euro previsto dal contratto per poter tenere la tariffa di smaltimento ai più bassi livelli nazionali, maturato e non corrisposto”.

Nella partita, entra, ed era inevitabile, anche l’operato della Regione Calabria, morosa, stando a quanto afferma Veolia, per diversi milioni di euro.
Eppure il 18 novembre del 2008, le agenzie battevano le dichiarazioni del presidente della Regione, Agazio Loiero, che, dopo due incontri avuti con Gianni Letta e successivamente nella sede della Protezione civile con il sottosegretario Guido Bertolaso, affermava:

“Abbiamo concordato le linee generali su come procedere nei prossimi mesi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda e perseguiamo lo stesso obiettivo: portare la Calabria fuori dalla decennale emergenza ambientale”.

Di quella riunione, della quale il Governatore Loiero si diceva estremamente soddisfatto, oggi non resta traccia.

E sarà interessante vedere se, a luglio, sarà stato individuato il sito per il raddoppio del termovalorizzatore, inizialmente previsto a Gioia Tauro, dato che lo stesso presidente della Giunta Regionale, il 24 aprile, all’agenzia di stampa Il Velino, dichiarava:

“Stiamo lavorando per individuare il sito che ospiterà il nuovo termovalorizzatore dopo la decisione di delocalizzare la seconda linea prevista a Gioia Tauro e fra un paio di mesi indicheremo precisamente il sito che sarà in provincia di Cosenza”.

Resta da vedere, e queste perplessità accompagnano l’animo del Governatore, quale azienda si occuperà del nuovo impianto, dato che Veolia, società che ha realizzato la prima linea del termovalorizzatore, che si è aggiudicata i lavori anche per la seconda a Gioia Tauro, ma che, come abbiamo visto, asserisce di essere sull’orlo del crack finanziario.
La Regione (intesa come Istituzione) annaspa; la regione (quella dei cittadini) convive con la paura di rimanere sepolta dalla spazzatura e il sindaco di Lamezia Terme, tanto per citare l’esempio più grottesco, è costretto a prendere in considerazione addirittura l’ipotesi di installare una discarica, abbattendo dieci ettari di vigne in una zona dove si produce un ottimo vino, pur di scongiurare l’ipotesi di fare la fine di Napoli.
E intanto l’emergenza rifiuti al sud, la Campania insegna, diventa business, diventa un affare. Un affare per malavitosi.
La ‘ndrangheta, abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare l’intero ciclo dell’edilizia, ha cominciato, negli anni, a investire, nel turismo e nella grande distribuzione commerciale, mentre le ultime frontiere di guadagno sono rappresentate dalla sanità e dal traffico di rifiuti, appunto.
Ne sono testimonianza l’enorme numero di discariche abusive, chiuse, giorno dopo giorno, in tutta la regione, ne è testimonianza, soprattutto, l’azione repressiva, che magistratura e forze dell’ordine hanno messo e mettono in atto, negli anni, nell’ambito del traffico di rifiuti: il 10 luglio 2006, per esempio, un’indagine coordinata dalla Procura di Palmi porta al sequestro di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in particolare destinati in Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere lavorati e reimportati come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio dell’Unione Europea. E ancora, l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi consente il sequestro, nell’area portuale, di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa. Si tratta di un’indagine particolarmente complessa che coinvolge anche le Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e Cassino.
In Calabria, insomma, con i rifiuti ci si può arricchire, illecitamente, è chiaro. Scrive la Direzione Nazionale Antimafia, nella propria relazione riguardante il primo semestre del 2008:

“intorno a Comuni delle province di Vibo Valentia e Crotone, territorio quest’ultimo caratterizzato da una vivace conflittualità interna alle cosche, oltre che da una colossale attività di traffico, smaltimento illecito e reimpiego di rifiuti tossici, provenienti dagli stabilimenti industriali della zona”.

Da ultima la sentenza del 23 dicembre del 2008, con cui il presidente della prima sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, Silvana Grasso, infligge 115 anni di carcere a tutti gli imputati che hanno scelto il rito ordinario nell’ambito del processo denominato “Rifiuti SpA”: secondo il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Domenico Galletta, gli imputati, avrebbero favorito le imprese del proprio gruppo imprenditoriale (Edilprimavera Srl e Rossato Fortunato Srl) nei numerosi appalti pubblici nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani in tutto il territorio regionale, con particolare riferimento alle zone di Gioia Tauro, Fiumara, Melicuccà, Motta San Giovanni e Lago.
Rifiuti, rifiuti tossici, “un traffico più remunerativo anche della droga”, dice un ex boss, ai microfoni del Tg1, il 12 ottobre del 2008. Così la ‘ndrangheta si arricchisce, mentre la politica dorme.
C’è qualcuno per cui l’emergenza rifiuti è una vera e propria manna dal cielo.

Fare quadrato

aprile 5, 2009

giuseppe_scopellitiagazio_loiero1

Come molti di voi sanno, il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, ha dichiarato che “prenderebbe Loiero a calci nel sedere”.

A Scopelliti non è andato giù il silenzio del Governatore, Agazio Loiero, sull’istituzione di Reggio città metropolitana.

Ora, senza essere bigotti si potrebbe discettare sul buon gusto o meno di un’affermazione del genere, ma c’è anche un’altra considerazione da fare.

Contestualizziamo la frase: Scopelliti dà un consiglio agli uomini del centrosinistra, ai “piddini” di Reggio Calabria. E’, come detto, una frase molto poco politically correct.

E le reazioni?

Sono arrivate.

Ha risposto Loiero, ovviamente, ha tuonato l’Italia dei Valori e anche il segretario regionale del Pdci, Michelangelo Tripodi e financo i presidenti della Provincia di Cosenza, Oliverio, e di Crotone, Iritale. A Reggio Calabria, nel Partito Democratico (di cui, fino a prova contraria, Loiero è uno dei massimi esponenti), invece, l’unica voce ad essersi alzata è quella del “loierano” consigliere regionale Demetrio Battaglia.

Poi, il nulla. Forse in casa Pd staranno ancora festeggiando per la vittoria di Reggio città metropolitana, quella stessa istituzione per cui Scopelliti attacca il presidente della Regione.

Ma Scopelliti, che, secondo qualcuno, avrebbe offeso Loiero con la propria frase, ha invece potuto contare su un folto numero di seguaci.

In difesa della colorita dichiarazione del primo cittadino (che, almeno, ha evitato di dire “culo”), nonostante fosse domenica e nonostante la Reggina sia con un piede e mezzo in serie B, sono scesi, nell’ordine:

1) Michele Marcianò, consigliere comunale di FI

2) Giovanna Cusumano, consigliera comunale delegata alle Pari Opportunità

3) Pasquale Morisani, consigliere comunale di Alleanza per Scopelliti

4) Daniele Romeo, consigliere comunale di An

5) Giuseppe Sergi, consigliere comunale dell’MpA

Modi diversi di “fare quadrato”.

Bronzi di Riace: il grande bluff?

febbraio 19, 2009

bronzi_di_riace1

Solo una domanda: davvero qualcuno pensava che Scopelliti si sarebbe opposto alla volontà del Governo di trasferire, in occasione del G8 che si terrà in estate in Sardegna, sull’isola della Maddalena, i Bronzi di Riace?

Sono sicuro di no. C’è da soddisfare un capriccio di Re Silvio, e a Re Silvio è impossibile dire di no.

Partiamo da un presupposto spicciolo: i Bronzi sono “di” Bondi, ministro dei Beni Culturali, e può farci quello che vuole. Sta al sindaco della città che ospita le opere decidere se fare o meno una “guerra” perchè questi non vengano spostati, anche solo temporaneamente.

Ricordate la pagliacciata messa in atto, solo alcuni mesi fa, per il trasferimento, a Mantova, del Kouros? Ai tempi, però, al Governo c’era il centrosinistra e il ministro era Francesco Rutelli.

Scongiurando il rischio di “fuoco amico”, Scopelliti ha scelto per la pace e mi auguro che, frequentando le stanze romane, abbia imparato a fare davvero il politico, per il bene della città.

I Bronzi di Riace al momento non sono affatto valorizzati. Il Museo della Magna Graecia di Reggio Calabria viene visitato da pochissima gente in relazione ai tesori che racchiude e in confronto ai dati che riguardano gli altri musei italiani.

64.945 visitatori nel 1994, 74.641 visitatori nel 1995, 118.100 nel 1996, 126.955 nel 1997, 127.967 nel 1998, 145.933 nel 1999, 151.629 nel 2000, 152.067 nel 2001, 162.057 nel 2002, 158.905 nel 2003, 159.873 nel 2004, 104.006 nel 2005, 137.104 nel 2006, 134.958 nel 2007

I dati definitivi sul 2008 ancora non ci sono, ma le previsioni non sono affatto entusiasmanti. Insomma, Reggio, come al solito, negli anni, non è stata in grado di valorizzare delle risorse. Basta guardare la stanza, desolatamente spoglia, nella quale sono ospitate le sculture. Ma adesso c’è una possibilità: personalmente credo che la presenza dei Bronzi di Riace in Sardegna, in occasione del G8, possa essere un modo per veicolare l’immagine di Reggio e della Calabria nel mondo.

Bisognerà usare il cervello e non farsi uccellare, però. E su questo ho qualche dubbio in più.

La presenza dei Bronzi di Riace in Sardegna, qualora rimanesse fine a sè stessa, sarebbe un’inutile perdita di tempo per tutti, con il rischio, inoltre, che le due statue possano, accidentalmente essere danneggiate durante il tragitto o la permanenza.

Insomma, la domanda è: i Bronzi in Sardegna che ci vanno a fare? Per soddisfare i capricci di Re Silvio? Per mantenere cordiali i rapporti tra la città di Reggio Calabria e Roma? Per essere riposti in un angolo, dopo aver ricevuto un’occhiata fugace e annoiata da parte dei leader internazionali?

Oppure ci vanno per essere davvero attenzionati tramite documenti informativi sull’origine e sul luogo in cui sono custoditi per (quasi) tutto l’anno?

E ancora: cosa resterà poi della permanenza sarda? Faccio un esempio stupido e grossolano: una foto di Obama accanto ai Bronzi, che possa essere veicolata dagli organi di informazione di tutto il mondo sarebbe una grossa reclame per Reggio Calabria e per tutta la regione. Molto più di Gattuso sui taxi di Londra..

Il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, avrebbe dovuto sincerarsi di queste e di altre condizioni, oltre a impegnarsi nelle strette di mano, su vari argomenti, che tra lui e Bondi ci saranno sicuramente state.

E’ chiaro, infatti, che, in cambio della tregua, il sindaco abbia dovuto chiedere qualche garanzia in più per Reggio Calabria. Tralascio la probabile candidatura dello stesso Scopelliti alla carica di governatore della Calabria nel 2010. Tutti gli indizi, in realtà, sembrano portare al riconoscimento di Reggio quale città metropolitana: Bondi ha addirittura promesso, tramite una nota stampa, il proprio impegno istituzionale.

Il Ministro Bondi ha anche assicurato che il Governo si interesserà perchè vengano ultimati, nel più breve tempo possibile, ma questo non ha importanza: quello è semplicemente un atto dovuto da parte del Governo.

Questo “do ut des” non mi piace nemmeno un po’, ma, al momento, mi tocca accettarlo.

In attesa di scoprire se si tratterà o no dell’ennesima presa per i fondelli.

Come to Calabria

febbraio 13, 2009

gattuso_regione_calabria

Ha ragione il presidente della Regione, Agazio Loiero: la Calabria è vittima di un complotto mediatico.

Ricapitoliamo in due parole: qualche mese fa si sparge la voce che la Regione Calabria avrebbe elargito 8 (otto) milioni di euro alla nazionale italiana di calcio, diventando così l’unico sponsor istituzionale degli azzurri, al fine di promuovere un’immagine positiva della regione.

Pensate che sugli otto milioni di euro, elargiti fino al 2010 da Palazzo Alemanni, alla nazionale di calcio, l’Unione Europea ha persino voluto sapere qualcosa in più!

La commissaria (non sentivo questa parola dai tempi di Edwige Fenech) Danuta Hubner ha addirittura deciso di abbandonare la civiltà e di scendere in Calabria.

Otto milioni di euro per tre anni, mica cazzi! Una cifra espressamente destinata dall’Unione Europea per la promozione turistica del territorio. Tuonò financo l’eurodeputato Beniamino Donnici, ex assessore regionale al Turismo!

La Hubner però diede ragione al buon Agazio, accertando che ”solo 400.000 euro (piu’ Iva) delle attivita’ collegate alla nazionale di calcio saranno cofinanziate con fondi comunitari, la spesa sara’ riferita al Por 2000-2006. Il contributo comunitario sara’ pari al 50% della somma citata, 200 mila euro piu’ Iva”.

Sì perchè in Calabria, dato che le cose vanno bene, ci ritroviamo fondi Por in scadenza, non spesi, quindi bisogna affettarsi a elagirli, per non perderli definitivamente.

Insomma la vicenda fece tanto, tanto, rumore. Der Spiegel titolò: “I soldi UE dalla mafiosa Calabria allo zotico Gattuso”. E si beccò, giustamente, una querela.

Adesso, però, tutti i critici dovranno tacere!

Ah già, dimenticavo. Come potete evincere dalla foto, Agazio Loiero ha scelto un gran bel ragazzo per portare avanti l’immagine della Calabria nel mondo: Gennaro Gattuso.

Eh vabbè, è l’unico calabrese certo del posto in squadra in nazionale.

Comunque sia, oggi, si cominciano a vedere i frutti dei soldi spesi dalla Regione Calabria. Guardate che bella la macchina, parcheggiata a Londra, sulla quale campeggia il faccione di quel gran figo di Gattuso e l’azzeccatissimo slogan: “Come to Calabria”.

Sembra la reclame di un farmaco simil-Viagra.

Tutto molto bello, ma, forse, anche costoso: Progetto 5 di Santo Frascati avrebbe fatto tutto con qualche migliaio di euro.

La terra trema. I calabresi pure

gennaio 26, 2009

agazioloiero

Due morti e cinque feriti. E’ questo il bilancio della frana che ha invaso entrambe le carreggiate dell’autostrada A3-Salerno Reggio Calabria nei pressi di Rogliano.

E lo Stato, inteso come politica, che fa?

“Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”, direbbe De Andrè.

Lo Stato, la politica, nella fattispecie sono rappresentati dal Presidente della Regione, Agazio Loiero che, portando la propria solidarietà ai familiari delle vittime, con riferimento alla tragedia, afferma:

“Si tratta di un problema che sollevato non piu’ di due mesi fa. Prima di ogni altro discorso, e’ giusto capire bene che cosa e’ successo”.

Loiero non è l’unico a voler capire, dato che la Procura della Repubblica di Cosenza ha avviato un’inchiesta, al momento contro ignoti, per valutare le eventuali responsabilità del disastro.

Una responsabilità ce l’hanno di sicuro i calabresi. Proprio ieri, su strill.it, l’amico Franco Arcidiaco scriveva queste parole, riferendosi a coloro i quali piangono il cedimento di un terreno che, solo per puro caso, fino a oggi non aveva causato vittime:

Sono gli stessi incivili trogloditi (che non dimentichiamo costituiscono la maggioranza della popolazione) che hanno passato la vita a: edificare abusivamente, scaricare rifiuti nelle fiumare e nelle vallate, fottersi il denaro pubblico, calpestare e schifiare ogni regola della convivenza civile e, last but not least,  considerare la politica solo come una fonte di soluzione dei propri problemi personali.

Una triste e amara riflessione che ha anticipato solo di poche ore la tragedia, ma che ha avuto il merito di coinvolgere la politica.

A prescindere da quelle penali che potrebbero essere accertate dalla magistratura, la politica, e Loiero ne è solo l’ultimo rappresentante in ordine di tempo, ha certamente delle responsabilità morali. Responsabilità morali che potrebbero diventare d’altro genere, soprattutto se, al cospetto di qualche magistrato, il presidente dell’Ordine dei geologi della Calabria, Paolo Cappadona dovesse ripetere queste parole:

“Più volte abbiamo lanciato l’allarme sulla devastazione del territorio calabrese, ma nessuno ci ha mai ascoltato. In Calabria c’è un territorio devastato, esposto fortemente al rischio ideogeologico. A questo si aggiungono la malagestione del territorio e l’incuria dell’uomo. Il fatto è che ogni volta che cerchiamo come geologi di sensibilizzare le istituzioni su questo problema ci scontriamo con un muro di gomma perchè non ne viene percepita l’importanza”.

Lo stesso Cappadona, in un intervento di qualche mese fa, relativo a un’altra catastrofe, avvenuta a Vibo Valentia, affermava:

Tenendo ben presente tale circostanza e riconoscendo senza remore che la forte crescita demografica e la trasformazione dell’economia anche di piccole comunità abbinate ad un disattento governo del territorio, alla mancanza di pianificazione sostenibile, alla illegalità diffusa nel campo dell’edilizia favorita dai condoni che si sono succeduti nel tempo, hanno prodotto una pressione insopportabile sull’ambiente e sul territorio ed un consumo di suolo irrazionale con l’occupazione insensata di aree già riconosciute pericolose e che per questo sono divenute aree a rischio sia per frana che per esondazione, si tratta ora di individuare alcune priorità di prevenzione e mitigazione del rischio conseguente nel medio e nel lungo periodo. Nel breve e medio periodo, al di là della pur comprovata necessità di interventi strutturali per sanare la intrinseca fragilità strutturale del territorio calabrese, documentata in tutta la sua allarmante dimensione dal Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico, le esperienze di questi ultimi anni ci indicano con chiarezza la necessità improrogabile di azioni, per altro non eccessivamente onerose, finalizzate alla manutenzione ordinaria e straordinaria ed al ripristino della funzionalità del reticolo idrografico naturale e dell’assetto morfologico dei versanti.

 La cosa certa, al momento, è che Loiero, quando parla di problema sollevato due mesi fa, commette una grossa gaffe, autoaccusandosi. Sarebbe davvero grave se Loiero si fosse accorto dei rischi geologici in Calabria appena due mesi fa, soprattutto perchè uno studio dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), datato ottobre 2000, afferma quanto segue:

Le regioni caratterizzate dalla percentuale più alta (100%), relativa al numero totale dei comuni interessati da aree a rischio potenziale più alto, sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta, mentre la Sardegna è quella con la percentuale minore (11,2%) (dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio).

In un’intervista del 2 aprile del 2005, al settimanale di informazione regionale Mezzoeuro, l’allora Presidente Ordine dei Geologi  della Calabria, Beniamino Tenuta, denunciava i ritardi dell’attuazione della legge 19/2002, “Norme per la tutela, governo ed uso del territorio – legge urbanistica della Calabria”, con queste parole:

I ritardi inspiegabili nell’attuazione della legge 19/2002 sono sotto gli occhi di tutti e non ci sono scusanti per nessuno di coloro che avevano e hanno la responsabilità a livello regionale della sua concreta attuazione. È una legge quindi che oltre a regolare l’assetto urbanistico del territorio ha in sé una serie di elementi innovativi che partendo dallo sviluppo sostenibile del territorio regionale, passano alla garanzia dell’integrità fisica e culturale del territorio e quindi al miglioramento della qualità della vita dei cittadini, promovendo un uso appropriato delle risorse ambientali, naturali, territoriali e storico culturali. Altro elemento di forte novità è la partecipazione e la concertazione con le forze economiche e sociali e con le categorie professionali tecniche nei procedimenti di formazione ed approvazione degli strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica.

Si tratta di un allarme confermato, in seguito, dal successore di Tenuta, Paolo Cappadona:

Auspicabile sarebbe la costituzione di presidi permanenti che, attraverso una programmazione coordinata e pianificata, possano operare un controllo ed una costante e continua manutenzione del territorio. Nel lungo periodo non si può non considerare la necessità di una programmazione delle azioni antropiche che metta al centro delle attività di pianificazione di utilizzo del territorio la realtà fisica, le vocazioni morfologiche ed idrauliche, le pericolosità geologiche e, in una parola, lo “sviluppo sostenibile”.  Tale obbiettivo per la verità è stato già saggiamente individuato ed infatti la Regione Calabria nel 2002 ha emanato la Legge Urbanistica Regionale (n. 19/2002) dai contenuti fortemente innovativi e che introduce elementi di controllo e di verifica della compatibilità geomorfologica degli interventi di sviluppo urbanistico che garantiscono per il futuro una politica di gestione del territorio attenta alla prevenzione ed alla previsione dei rischi naturali. Purtroppo però è da ormai troppo tempo che si attende l’approvazione delle Linee Guida collegate alla suddetta Legge che dettano regole precise per una nuova cultura di governo del territorio calabrese. Riteniamo in tal senso che l’approvazione delle suddette Linee Guida, attualmente all’esame della IV Commissione Consiliare, sia una priorità non più procrastinabile per assicurare condizioni di sviluppo sostenibile al nostro martoriato territorio.

Loiero dice di voler capire. Forse fino a oggi non aveva la stessa volontà. Certamente la politica è stata investita da tempo dei rischi geologici in Calabria.

Era stata investita con forza.

Con la stessa forza della frana di Rogliano.

Zoomafia: così le cosche calabresi sfruttano gli animali

gennaio 21, 2009

combattimenti

da www.strill.it

Di spirito imprenditoriale, le cosche, ne hanno davvero tanto. Sanno che ogni cosa può essere utilizzata per fare quattrini. Da parecchio tempo, per esempio, hanno capito che anche gli animali, sì, gli animali, se sfruttati nel modo giusto, possono costituire una fonte sicura e cospicua di guadagno.

Cos’è la zoomafia?

“Settore della mafia che gestisce attività illegali legate al traffico o allo sfruttamento degli animali”, questo dice il vocabolario.

Attenzione però: ogni attività delle cosche, oltre a costituire guadagno economico, assicura, parimenti, un controllo sul territorio, necessario e, per questo, sempre estremamente asfissiante.

UNA MONTAGNA DI SOLDI

Soldi e animali sfruttati.

I soldi arrivano, in particolare, dalle scommesse clandestine: secondo l’Eurispes, il mercato illegale delle scommesse illecite raccoglie circa 6.500 milioni di euro contro i 2.200 provenienti dalle scommesse legali.

Si tratta di un business estremamente articolato: combattimenti illegali tra cani, corse di cavalli dopati, truffe ai danni dell’Erario, dell’UE e dello Stato, traffico illegale di medicinali, furto di animali da allevamento, falsificazione di documenti sanitari, fino al gravissimo reato di diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati.

Così si fanno fanno soldi. Tanti soldi.

Secondo Ciro Troiano, che ha stilato il recente rapporto “Zoomafia 2008” della LAV, “l’introito complessivo della zoomafia si aggirerebbe intorno ai tre miliardi di euro”.

Tra i reati, il più crudo e violento è, sicuramente, quello che riguarda i combattimenti tra cani. Si tratta di un business da 300 milioni di euro annui, attenzionato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria già dal 2004. I cani vengono maltrattati e “addestrati” alla cultura dell’odio, in modo tale da poter essere spietati nel corso dei combattimenti. Proprio da un’inchiesta calabrese, curata dalla DDA di Reggio Calabria, è nata la prima operazione di polizia che ha portato all’arresto, in Italia nel 2004, di 13 persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’organizzazione di combattimenti tra cani.

E si scommette. Soldi, tanti soldi.

I CAVALLI DELLA FAMIGLIA LABATE

Si scommette sui combattimenti tra cani, ma si scommette anche sulle corse clandestine di cavalli.

A Reggio Calabria i signori incontrastati di questa attività sono tutti elementi riconducibili al clan Labate, operante nella zona sud della città. E’, in particolare, l’operazione della Polizia di Stato, del 24 luglio del 2007, denominata “Gebbione” (la sentenza di primo grado, per coloro che hanno scelto il rito abbreviato, è arrivata alcuni giorni fa) a svelare le attività del sodalizio criminale reggino, che allevava i propri cavalli, anche tramite la somministrazione di farmaci, e organizzava corse clandestine, che si svolgevano nella zone del Gebbione, Saracinello, Pellaro e San Leo, scommettendo sull’esito di tali competizioni.

E alcuni individui sono proprio accusati di violenze nei confronti degli equini, “poiché – si legge nell’ordinanza – sottoponevano numerosi cavalli di cui avevano la disponibilità o la proprietà a maltrattamenti, addestrandoli e facendoli correre in condizioni non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, nonché somministrando agli stessi farmaci con modalità dannose per la loro salute, con l’intento di migliorarne le prestazioni agonistiche. In particolare, i cavalli “venivano maltrattati – si legge ancora nell’ordinanza del Gip Natina Pratticò – mediante la somministrazione agli animali di sostanze “dopanti”, quali sostanze antipiretiche, analgesiche e anti-infiammatorie: Finadyne e Tilcotil; sostanze che agiscono sul sistema respiratorio: Bentelan e Nasonex; sostanze che agiscono sul sistema emolinfatico e sulla circolazione sanguigna: eritropoietina; Eprex; Sodio Bicarbonato. Tutto a opera di soggetti non qualificati e spesso senza il diretto controllo del veterinario e comunque non in funzione del benessere dell’animale, ma in funzione del miglioramento delle sue prestazioni agonistiche”.

Inoltre i cavalli venivano ulteriormente maltrattati perché venivano fatti “correre su superfici rigide (strade pubbliche asfaltate) non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, con conseguenze dannose per la loro struttura muscolo-scheletrici”; essi, inoltre venivano sottoposti “a prelievi di sangue dopo gli allenamenti, per migliorarne le prestazioni agonistiche”.

L’impianto accusatorio (confermato, peraltro, nella sentenza di alcuni giorni fa) sostiene, inoltre, che i proventi di tali attività venissero impiegati “in modo da acquisire società, beni immobili ed attività commerciali, poi gestite in modo occulto per mezzo di prestanome”.

Si tratta di un’attività che coinvolgeva entrambe le città dello Stretto, Reggio e Messina, dato che la cosca si avvaleva delle consulenze, in relazione a farmaci da somministrare agli animali per migliorarne le prestazione, di un docente, con studio ambulatoriale a Reggio, della Facoltà di Veterinaria, presso l’Università degli Studi di Messina.

Vincite che si aggiravano intorno a 200mila euro. Una storia andata avanti fino all’ottobre del 2006.

I MACELLAI

Gli animali sono utili (e redditizi) da vivi, ma possono fruttare un bel gruzzolo anche da morti.

Ci si deve spostare a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, nel regno degli Iamonte, che, da semplici macellai, senza abbandonare il proprio settore d’appartenenza, hanno messo su un impero. E’, in particolare, l’operazione del 4 febbraio 2007, condotta dalla Polizia su input dei pm Cutroneo e De Bernardo, denominata “Ramo spezzato”, a svelare i traffici illeciti di alcuni individui, con riferimento alla commercializzazione di carni di illecita provenienza e non a norma dal punto di vista sanitario.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal Gip, Santo Melidona, tale attività di commercializzazione viene definita un “inquietante  traffico di animali destinati alla macellazione e di carni destinate al consumo umano al di fuori di un’ogni controllo, previa formazione di documentazioni  sanitarie false, in alcuni casi di animali affetti da gravi malattie, con potenzialità di gravissimo ed incontrollato pregiudizio per la salute dei consumatori”.

L’inchiesta, durata quasi due anni, ha portato all’arresto, tra gli altri, anche di Carmelo Iamonte, di 42 anni, figlio del boss Natale Iamonte, e a sua volta considerato dagli investigatori il capo della cosca, e di un dirigente medico dell’Azienda sanitaria di Melito Porto Salvo. Nel corso dell’operazione, la polizia ha poi effettuato il sequestro preventivo di aziende facenti capo a presunti esponenti della criminalità organizzata ed operanti nel settore dell’allevamento, della lavorazione, della vendita all’ingrosso e dettaglio di animali e carni macellate.

Purtuttavia, i due capi carismatici, Antonino e Carmelo Iamonte, non si vedono contestati tali reati. I personaggi indagati, il commerciante Sergio Borruto in particolare, avrebbero agito per contro proprio, rivendendo le carni guaste alle macellerie riconducibili alla cosca, senza che questa ne fosse al corrente.

Antonino e Carmelo Iamonte sono stati di recente scarcerati per decorrenza della custodia cautelare.

Ma questa è un’altra storia.

Anche in questo caso, comunque, l’affare frutta un mucchio di quattrini. Ecco, così come si può leggere nell’ordinanza “Ramo Spezzato”, il meccanismo, oleato e infallibile messo in atto da alcuni commercianti: “gli animali sono malati e vengono trasportati insieme ad un esemplare deceduto; il bestiame non è stato sottoposto ad alcun controllo ed infatti non è accompagnato dalla documentazione attestante l’avvenuta sottoposizione ai prescritti controlli sanitari (cedolino o “passaporto”), che pure gli indagati cercano, fino all’ultimo momento, di reperire, senza riuscirvi. E’ chiaro che gli indagati sono ben consapevoli delle condizioni in cui si trovano gli animali e, quindi, della pericolosità delle loro carni”.

Un settore, quello della macellazione, nel quale la cosca Iamonte da sempre regna sovrana: “E’ emerso, dalle sin qui esplorate attività criminose, – si legge ancora nell’ordinanza – come uno dei settori di interesse più significativo della organizzazione indagata sia costituto dal commercio delle carni, realizzato anche mediante l’acquisizione con sistemi estorsivi di macellerie e la fraudolenta intestazione a terzi della formale titolarità delle medesime (per l’evidente finalità di eludere  le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale)”.

E’ SOLO BUSINESS

Di industrie, e quindi di sviluppo, in Calabria ce ne sono davvero poche. Essa, si sa, è una terra povera essenzialmente dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Si spiega anche così il reato di pascolo abusivo, come è possibile leggere nel Rapporto Zoomafia 2008: “All’inizio del mese di agosto 2007, ventitre bovini tra adulti e giovani sono stati sequestrati dal Corpo forestale dello Stato in provincia di Reggio Calabria. L’operazione è stata portata a termine nel Comune di Santo Stefano d’Aspromonte, finalizzata alla repressione del pascolo abusivo. L’attività è partita dalle segnalazioni che indicavano la presenza di bovini vaganti nella zona dl villaggio turistico di Gambarie (Reggio Calabria). L’operazione, scattata alle prime luci del giorno, ha coinvolto il personale dei comandi stazione di Gambarie e di San Luca del Corpo forestale dello Stato. I bovini pascolavano indisturbati all’interno di un bosco di castagno di proprietà della Regione Calabria. Contemporaneamente al sequestro degli animali, sono partite le indagini del caso per risalire ai proprietari, identificati poi in un 42enne e un 65enne residenti entrambi a San Luca (Reggio Calabria). Gli uomini sono stati denunciati a piede libero per pascolo abusivo e danneggiamento della vegetazione in area protetta”.

Insomma, sfruttare gli animali in maniera illecita, in Calabria (ma anche nel resto d’Italia), è un affare da migliaia di euro. Con il tempo, peraltro, la tendenza sta acquistando maggiore spazio e, nel giro di alcuni anni tale crimine potrebbe diventare una “regola” come il commercio di sigarette di contrabbando in passato e quello della droga adesso.

Sfruttando gli animali si fanno soldi.

Poco importa che, oltre a commettere un crimine nei confronti dello Stato e della collettività lo si commetta anche contro la natura.

E’ solo business.

C’è da crederci?

gennaio 19, 2009

partitodemocratico1

E se stavolta facessero sul serio?

Naccari, Battaglia, Bova, Minniti. Ci sono tutte le correnti del Partito Democratico per l’investitura di Peppe Strangio, attuale capo di gabinetto proprio di Giuseppe Bova, che, dal prossimo 26 gennaio (si voterà il 25) sarà il nuovo presidente provinciale del movimento.

Dal Pd scelgono, ancora una volta, una candidatura unitaria.

Dopo l’acclamazione di Marco Minniti, il 14 ottobre del 2007, dopo le pessime primarie del movimento giovanile che, qui a Reggio, presentavano 25 candidati per 25 posti disponibili, adesso anche il presidente provinciale verrà nominato, anzichè essere eletto.

Però questa volta c’erano tutti. C’erano i Riformisti, c’era l’area Loiero (Progetto Democratico Meridionale), c’era, ovviamente l’area di Bova che, presentando il nome di Strangio ha vinto la contesa.

Sì perchè sul nome di Strangio credo che in pochi possano storcere il naso. Persona preparata, professionista serio, ecc. ecc.

Non sono bravo a fare marchette.

Insomma, il nome di Strangio potrebbe essere quello giusto. Ciò che mi lascia perplesso sono, ancora una volta, le modalità.

Si procede, ancora una volta, per nomina. E questo non mi piace.

Mi chiedo: Peppe Strangio è l’unico candidato perchè c’è effettivamente convergenza sul suo nome, sulle sue idee, sulla sua linea politica o assistiamo, ancora una volta, a un appiattimento tipicamente calabrese frutto del clientelismo e della voglia di “non muovere nulla”?

Con la nomina di Minniti e con la vergogna delle primarie del Pd Giovani è stato così.

Il Partito Democratico era nato come un movimento nuovo e, se spulciate i miei vecchi post, potrete notare che era riuscito a catturare la mia fiducia.

Quando ho visto l’acclamazione di Minniti, i contrasti insanabili in seno al partito e alcune logiche perverse (insisto sulle primarie del movimento giovanile) anche da parte di quelli che Montecristo, su Calabria Ora, ha definito brillantemente “giovani vecchi”, allora ho capito che di cambiamento, in Calabria, non ne avrei visto.

E le vicende nazionali hanno alimentato il mio malumore.

Adesso il Pd sembra voler cambiare pagina.

Se si vorrà differenziare dal Pdl dovrà farlo veramente.