Posts Tagged ‘relazione commissione parlamentare antimafia’

Seminara, un posto tranquillo

aprile 20, 2009

seminara

L’odierna operazione “Artemisia”, condotta contro le cosche di Seminara dall’Arma dei carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Roberto Di Palma, è, di fatto, l’ideale continuazione della cosiddetta “Operazione Topa” che, nel novembre del 2007, portò all’arresto di 13 persone, tra cui sindaco, vicesindaco ed ex sindaco del borgo situato a metà tra la Piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte.

Nel maggio del 2007 a Seminara si vota e, alla vigilia delle elezioni amministrative, si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, presunto capo della ‘ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, sindaco uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura. Ecco cosa dice Rocco Gioffrè, presunto capo della locale composta dalle famiglie Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè, al sindaco uscente:

“Tu ti devi candidare, perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

Poi cosa accade?

Accade che Marafioti si convince e si ricandida. E Rocco Gioffrè mantiene la parola data: : la lista del sindaco Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

Otto in più di quelli previsti.

Secondo gli inquirenti, dunque, la ‘ndrangheta controllerebbe l’intero Comune  in provincia di Reggio Calabria, con diramazioni anche all’esterno. Ecco cosa scrive Francesco Forgione nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia:

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Nell’odierna “Operazione Artemisia”, gli investigatori sono convinti di aver incastrato il gotha della ‘ndrangheta di Seminara, il cui Comune, a distanza di quasi due anni, è ancora sciolto.

Le indagini sul nucleo Seminara cominciano dal dicembre 2006, all’indomani dell’omicidio del “boss” locale Domenico Gaglioti. Ad accendere i riflettori sul borgo reggino è la lunga scia di sangue che, da qualche tempo (dopo quella ben più famosa degli anni ’70) ha ricominciato a scorrere da quelle parti: ferimenti e tentati omicidi culminati, il 27 marzo del 2008, con l’omicidio di Silvestro Luigi Galati, poco più che ventenne.

Alla base i contrasti tra le due famiglie Gioffrè, quella degli “ndoli” e quella degli “ingrisi”, associata ai Caia e ai Laganà, da cui, poi, questi ultimi, sono fuoriusciti.

Annunci

Il tesoro di Zio Paperone

gennaio 29, 2009

ziopaperone

Cominciamo dalla notizia di oggi:

Beni del valore di circa 3 milioni di euro sono stati confiscati dagli uomini del Centro Operativo Dia di Reggio Calabria che hanno dato esecuzione ad un provvedimento di confisca emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale della citta’ calabrese. Il patrimonio confiscato era costituito da aziende, beni mobili ed immobili riconducibili ad Antonio Crea, 45 anni, di Taurianova (RC), titolare di una ditta di autotrasporti, cugino del piu’ noto Teodoro Crea , ritenuto capo dell’omonima cosca operante nel comprensorio di Rizziconi (RC). 

Tre milioni di euro non sono pochi, ma non sono nemmeno tantissimi per un clan come quello dei Crea, abituato a manovrare tanti, tantissimi, soldi. La cosca dei Crea di Rizziconi è, infatti, una delle più potenti della ‘ndrangheta. Ecco cosa scrive, a riguardo, Francesco Forgione nella relazione sulla ‘ndrangheta, rifacendosi alla pagina numero 18 della Relazione sulla “Criminalità mafiosa in Calabria – giugno 2007” stilata dal R.O.S. dei Carabinieri:

“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,  esercita l’egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel Nord Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili nell’accaparramento di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami con altre famiglie storiche della ‘ndrangheta, come i “Mammoliti” di Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,  concretizzatosi nel controllo diretto di attività economiche nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e della grande distribuzione”.

Teodoro Crea è attualmente detenuto in carcere, dal quale, evidentemente, riesce comunque a dettare i propri ordini e, soprattutto, a fare soldi. E’ stato arrestato il 13 luglio del 2006 nella frazione Castellace del comune di Oppido Mamertina, nella piana di Gioia Tauro, a 67 anni, durante una riunione di ‘ndrangheta insieme ad altri due affiliati.

Teodoro Crea ha un soprannome particolare. Lo chiamano “Zio Paperone”.

Chissà perchè.

Anche il cugino di Teodoro Crea, Antonio Crea, 45 anni, a cui oggi sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro, ha un soprannome. Lo chiamano “u malandrinu”.

Chissà perchè.

Di alcune vicende relative anche la cosca Crea si è occupata di recente (quasi un anno fa) la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Se non vado errato fu la prima conferenza stampa retta dal Procuratore Capo, Giuseppe Pignatone.

L’inchiesta in questione, che ci aiuta a capire qualcosa in più sul conto della cosca Crea di Rizziconi, è la cosiddetta operazione “Saline” che ha portato all’arresto, tra gli altri, del politico-imprenditore Pasquale Inzitari.

L’operazione “Saline” è, di fatto, un’ideale prosecuzione della cosiddetta operazione “Toro” che ha coinvolto proprio la cosca Crea, attiva a Rizziconi, soprattutto in azioni estorsive nei confronti dei soci della DEVIN spa e cioè di Pasquale Inzitari, Rosario Vasta e Ferdinando De Marte, che avevano acquistato dai Crea il terreno su cui realizzare il centro Commerciale “Porto degli Ulivi”. Sulla vicenda è già intervenuta sentenza di condanna del Tribunale di Palmi nei confronti anche del boss Teodoro Crea, “zio Paperone”.

Pasquale Inzitari, peraltro, è considerato personaggio molto vicino a “Zio Paperone” per via di un rapporto di comparatico fra il primo e l’omonimo nipote del citato boss, il pregiudicato Teodoro Crea, classe ’67.

Piccoli Crea crescono.

Nella vicenda entra anche Nino Princi, l’imprenditore fatto saltare in aria, a bordo della propria automobile, a Gioia Tauro. Princi, oltre a essere cognato di Pasquale Inzitari, era genero del boss di Castellace, Domenico Rugolo.

Ecco cosa scrive il Gip Filippo Leonardo nell’ordinanza dell’inchiesta “Saline”:

Gli esiti della presente indagine consentono di ritenere sussistente nel territorio di Castellace una consorteria criminale, denominata Rugolo, capeggiata dall’anziano boss Domenico Rugolo e risorta dalle ceneri della cosca Mammoliti-Rugolo…In tale “rinnovata” cosca Rugolo è emerso prepotente il ruolo dei generi di Domenico Rugolo ed, in particolare, di Domenico Romeo, impegnato quale prestanome del suocero nel settore degli appalti, e soprattutto di Antonino Princi, impegnato nella riorganizzazione del sodalizio criminoso e nell’attività di riciclaggio e reimpiego nel settore imprenditoriale dei proventi illeciti della cosca. E’ quest’ultimo un personaggio capace di assicurare unità e continuità al sodalizio criminoso anche oltre il ruolo di vertice svolto dal suocero ed indipendentemente dalla presenza del medesimo.

Nino Princi muore il giorno successivo agli arresti dell’operazione “Saline”, nella quale era egli stesso coinvolto.

Sarebbe stato Nino Princi a collaborare con la Polizia di Stato, svelando il luogo in cui si nascondeva Teodoro Crea. I Rugolo, inoltre, sono attivi a Castellace. Proprio dove è stato arrestato, dalla Polizia di Stato, “Zio Paperone”, dopo il suo vano tentativo di fuga nelle campagne, trasportato sulle spalle proprio da Mico Rugolo, con un gesto fatto per certificare la propria “lealtà”, ma, che, invece, hanno sostenuto gli inquirenti, viene scoperto come una “tragedia”, “una delazione”, allo scopo di liberarsi di un temibile concorrente.

Tutto per favorire le attività della Devin SpA nella vicenda del Centro Commerciale “Porto degli Ulivi”.

Stando all’ordinanza del Gip Leonardo, la società riuscirà poi a vendere l’intero capitale alla Credit Suisse, per 11 milioni e 600mila euro, di cui circa 2 milioni sarebbero stati incassati dal socio occulto, Nino Princi.

Lo stesso uomo che, con la propria “spiata” (materialmente affidata a Rosario Vasta, che ha poi avvertito la Polizia) ha posto fine alla latitanza di “Zio Paperone”.

La famiglia Crea, però, continua a far soldi. D’altra parte, il boss Teodoro, è Zio Paperone…

Un Pesce piccolo

dicembre 20, 2008

pesce

Ci aiuterà a capire tutto un po’ meglio. Partiamo, come sempre, dalla relazione sulla ‘ndrangheta della Commissione Parlamentare Antimafia:

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali.

Sì, il porto di Gioia Tauro è un bell’affare:

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

E nella piana di Gioia Tauro i cognomi che contano sono quelli di sempre:

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

Sono in particolare le operazioni “Decollo” e “Decollo bis” a chiarire i traffici di droga della famiglia Pesce di Rosarno, da sempre alleata ai Bellocco.

Una premessa abbastanza ampia, lo so. Ma serviva per spiegarvi che i Pesce, a Rosarno e non solo, sono una famiglia d’onore, sono dei pesci volanti.

E volano alto.

Un po’ meno, magari, Francesco Pesce, 30 anni, figlio del pregiudicato Antonino Pesce, classe 1953, nipote, a sua volta, dell’indiscusso boss Giuseppe, classe 1923.

Sì perchè Francesco Pesce è stato arrestato, proprio ieri, con l’accusa di aver rapito la propria ex fidanzata di 21 anni.

Di aver rapito una ragazza di 21 anni.

Sì, lei non lo voleva più.

Mi piace pensare che non lo volesse perchè Francesco Pesce appartiene a una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta calabrese, ma non mi illudo.

La realtà, magari, sarà diversa. Magari i due non andavano più d’accordo, non si amavano, lui non le piaceva più.

Chi lo sa.

Poco importa il motivo. Lui, Francesco Pesce, l’avrebbe rapita lo scorso 26 agosto.

La madre della ragazza avrebbe raccontato tutto ai carabinieri di Rosarno, facendo proprio il nome di Francesco Pesce.

Non formalizzerà mai una denuncia, però. Meglio non rischiare.

Adesso, però, Francesco Pesce è in carcere accusato di sequestro di persona. Ma non uno di quei sequestri, di cui la ‘ndrangheta è esperta, che fruttano tanti soldi.

Francesco Pesce, rampollo di una famiglia della ‘ndrangheta da sempre dedita al crimine, al traffico di droga e di armi, in particolare, avrebbe rapito, insieme ad altri tre uomini, una ragazza di 21 anni, sotto la minaccia di una pistola.

Proprio un Pesce piccolo.

Europaradiso…delle cosche

novembre 25, 2008

europaradiso

Progettano di uccidere il pubblico ministero Pierpaolo Bruni, progettano una recrudescenza della faida, che negli scorsi mesi è ritornata sulle prime pagine di giornali e telegiornali per l’omicidio di Luca Megna (e il ferimento della figlioletta di cinque anni) e quello, dopo soli tre giorni, di Giuseppe Cavallo. Ma il fulcro dell’operazione odierna che ha portato all’arresto di 24 individui del cartello criminale di Papanice (Crotone) è un altro: Europaradiso, quello che, nel progetto, dovrebbe essere il più grande complesso residenziale turistico del Mezzogiorno.

Un progetto, attualmente bloccato dalla Regione Calabria, poiché l’insediamento include la foce del fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a protezione speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione Europea e recepito anche in ambito nazionale.

C’è il no della Regione, è vero, ma il progetto “Europaradiso” è un affare sul quale le ‘ndrine, evidentemente, non hanno intenzione di demordere.

Il progetto comprende la realizzazione di 120mila posti letto tra residence e alberghi e l’occupazione di 4mila persone. Una cattedrale nel deserto, per una terra, la Calabria, abituata a non poter usufruire, spesso, nemmeno di quelli che nel 2008 vengono definiti “servizi base”.

E infatti il progetto di “Europaradiso” è sospetto non solo per tematiche ambientali, ma, soprattutto, per l’interesse, certificato da inchieste della magistratura, che le cosche avrebbero manifestato. Come sempre, del resto, quando, da queste parti, girano soldi, che, a loro volta, porterebbero anche numerosi sbocchi occupazionali che le cosche potrebbero “colonizzare” a loro piacimento.

“Europaradiso” sarebbe l’Eden delle cosche.

Per capire qualcosa in più sul progetto di “Europaradiso” leggiamo insieme uno stralcio della relazione sulla ‘ndrangheta stilata qualche mese fa da Francesco Forgione:

I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione degli investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La stessa relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A. evidenzia i rischi e le ambiguità del progetto e della società che dovrebbe realizzarlo, la “Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l.”, costituita lo stesso giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto amministratore, considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo la citata relazione della D.N.A., è attualmente imputato per corruzione in Israele.

Tra i cinque e i sette miliardi di euro, in un territorio come la Calabria e un amministratore unico che, con un elegante eufemismo, potremmo definire chiacchierato. Tre indizi fanno una prova, dicono gli investigatori bravi. Ma, da queste parti, non ci facciamo mancare nulla. Il quarto indizio, il più importante probabilmente, ce lo fornisce ancora Francesco Forgione:

Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro. Tali sospetti sono risultati confermati dalle indagini bancarie effettuate dal Reparto Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna apparente giustificazione.

“Europaradiso”, che peraltro appare anche nell’inchiesta Poseidone di Luigi De Magistris, è un progetto che non deve essere realizzato; l’operazione odierna si inquadra anche in questo senso. Importante, adesso, sarà tutelare anche l’attività del pm Pierpaolo Bruni, che, come “Europaradiso”, è una cattedrale nel deserto.

Un deserto un po’ diverso, però: il deserto della legalità.

A3: citofonare ‘ndrangheta

novembre 21, 2008

a3_salerno_reggio_calabria

E’ vero che dopo la revoca del certificato antimafia a Condotte S.p.A (poi restituito da una sentenza del Tar) non ci si dovrebbe meravigliare di nulla: Condotte è infatti sorta nel 1880 e nel 2006, tanto per fare qualche numero, ha avuto un giro d’affari di 713 milioni di euro con un utile di 6,9 milioni. Insomma, se anche una ditta come Condotte viene “sfiorata” dal sospetto della connivenza con le cosche non ci si dovrebbe meravigliare se altre ditte, certamente con un capitale più modesto, vengono investite dalla revoca del certificato antimafia.

Per uno come me che in matematica aveva uno, avere paura dei numeri è quasi fisiologico, ma apprendere che ben 31 (trentuno!) ditte operanti sul tracciato della A3 Salerno Reggio Calabria sono state interdette per la revoca del certificato antimafia è davvero inquietante.

Non sorprende, ma inquieta.

Inquieta, ancor di più, perchè appena due settimane fa, circa, degli operai di una ditta impegnata presso Bagnara Calabra sono stati minacciati a suon di lupara.

Del resto, le cosche, con la pretesa di ricevere il famoso 3% sul costo dei lavori, hanno messo lo zampino fin dalla realizzazione del primo metro quadro di asfalto della Salerno-Reggio Calabria.

Ma, dagli anni ’60/’70, quando fu cominciata e ultimata la A3, di tempo ne è passato: ma gli ‘ndranghetisti, si sa, sono tipi abitudinari.

Ecco, con l’ausilo dell’ottima relazione sulla ‘ndrangheta di Francesco Forgione, un piccolo riassunto delle più recenti inchieste con al centro gli eterni (e per questo redditizi, per le cosche) lavori della Salerno-Reggio Calabria:

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,  nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

L’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza.

Anno del Signore 2002: ero troppo giovane per occuparmene.

Sull’inchiesta Arca, che invece è molto più recente (estate 2007), so qualcosina in più:

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria  ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.  

Il sindacalista in questione è Noè Vazzana (da qui il nome “Arca”, che mattacchioni!) e sarebbe il personaggio chiave di tutta la vicenda: l’anello di congiunzione tra la legalità e l’illegalità. L’inchiesta si è occupata dei lavori ricadenti nel tratto Mileto-Gioia Tauro. Ci sono cognomi che contano parecchio nell’occ Arca: Bellocco, Pesce, Raso, Piromalli, De Stefano.

Le cosche mettono lo zampino: è ovvio che se 31 ditte vengono interdette ne devono arrivare di nuove a lavorare sul territorio. E questo richiede del tempo.

Ma questo alla ‘ndrangheta sta più che bene.

Facile capire, infatti, perchè le cosche abbiano tutti gli interessi per rallentare il corso dei lavori: più i cantieri rimangono attivi, più soldi entrano nelle casse della ‘ndrangheta. Con buona pace dell’amministratore Anas, Pietro Ciucci che è convinto di ammodernare l’autostrada A3 entro il 2013.

E, mentre attendo l’avvio dei lavori del commissario Boemi e della Stazione Unica Appaltante, devo dire che allora hanno davvero ragione, e con me sfondano una porta già spalancata, gli onorevoli Franco Laratta (Pd) e Angela Napoli (Pdl) quando invocano l’esercito nei cantieri. Da sempre, infatti, sono un fautore della militarizzazione di tutte le zone calde, quali Palermo, Napoli, Catania, ma, soprattutto, la Calabria intera, dove lo Stato, oramai, è costretto a fare (malissimo) la parte dell’infiltrato.