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Malati di ‘ndrangheta

settembre 26, 2011

Qualcuno, addirittura, ha chiesto la perizia psichiatrica. Carlo Antonio Chiriaco è un caso più unico che raro nella storia giudiziaria dei processi alla ‘ndrangheta. Chiriaco è il direttore dell’Azienda Sanitaria di Pavia tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Crimine”, condotta sull’asse Milano-Reggio Calabria: l’uomo viene ammanettato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Sarebbe il manager in contatto con i presunti boss Pino Neri e Cosimo Barranca, egemoni nel nord Italia e, in particolare, in Lombardia. Fin dall’interrogatorio di garanzia, tenutosi, come disposto dalla procedura, pochi giorni dopo dalla maxiretata milanese, Chiriaco (nella foto prima dell’arresto e alla prima udienza del processo) afferma di essere sempre stato morbosamente affascinato dalla ‘ndrangheta. Una “malattia” che lo avrebbe affetto fin da giovane quando, fingendosi boss, si sarebbe compiaciuto dell’effetto di rispetto e timore provocato nel prossimo: su questa curiosa sindrome, i legali di Chiriaco hanno peraltro centrato la propria difesa, affidando una perizia allo psichiatra e criminologo Adolfo Francia.

Ma esistono davvero i “malati di ‘ndrangheta”?

Qualcuno dice che la Calabria, Reggio Calabria, in particolare, che, proprio di recente, nel corso della rassegna “Tabularasa”, è stata definita dal Procuratore Giuseppe Pignatone la “capitale della ‘ndrangheta”, sia piena zeppa di uomini e donne “afflitti” da tale sindrome. Un comportamento che si manifesterebbe attraverso la smania di dimostrare, ostentare, potere e senso del rispetto: tutti (falsi) valori che la ‘ndrangheta propugna da generazioni. Spesso, anche gli investigatori, concentrano le proprie indagini sulla criminalità organizzata sulla “logica del profitto”, andando a colpire, con grande successo, i patrimoni mafiosi. Un’azione indispensabile che, però, non deve far dimenticare che la ‘ndrangheta, come le altre mafie, ha, invece, una grande voglia, un’ossessione, di potere. Testimonianza del fatto che, come emerso anche di recente, le cosche mettano il proprio zampino oltre che sulle elezioni, anche di piccoli centri, pure sull’organizzazione di feste patronali, soprattutto se a sfondo religioso. Insomma, “cumandari è megghiu chi futtiri”. Quella dei “malati di ‘ndrangheta” è una sindrome che, volendosi sganciare dal contesto calabrese, potrebbe essere assimilata al cosiddetto “fascino del male” che ha ispirato, negli anni, una vasta letteratura e cinematografia.

Ma fin qui saremmo nel “niente di nuovo”.

Ciò che, però, colpisce di più è che spesso la ‘ndrangheta o, comunque, l’atteggiamento mafioso più in generale, non sia visto come “male”, come disvalore, ma, anzi, uno status da emulare. Un esempio piuttosto calzante, a prescindere dai tanti risvolti oscuri non ancora emersi dalle indagini, potrebbe essere il commercialista Giovanni Zumbo. Da ex confidente dei servizi segreti, da amministratore giudiziario per conto dei Tribunali di Palmi e Reggio Calabria, il 44enne professionista reggino diventa “gola profonda” dei boss Giovanni Ficara e Giuseppe Pelle, con riferimento proprio alle risultanze investigative dell’indagine “Crimine”. Riportando alla memoria il proprio passato al servizio dello Stato e degli apparati investigativi, Zumbo afferma: “Ho fatto parte di… e faccio parte tuttora di un sistema che è molto, molto più vasto di quello che […] ma vi dico una cosa e ve la dico in tutta onestà: sunnu i peggio porcarusi du mundu e io che mi sento una persona onesta e sono onesto e so di essere onesto… molte volte mi trovo a sentire… a dovere fare… non a fare a fare, perché non me lo possono imporre, ma a sentire determinate porcherie che a me mi viene il freddo!”. Un concetto che va a braccetto con il consueto insulto, “sbirri”, offerto, di tanto in tanto anche ai giornalisti. Ma il passaggio più interessante per quanto riguarda Zumbo, alla sbarra per concorso esterno in associazione mafiosa, lo pronunciano i boss Ficara e Pelle in un colloquio, in cui si fa riferimento al fatto che il commercialista-spione non vorrebbe nulla in cambio delle proprie soffiate:

Ficara: E allora mi racconta questi discorsi qua! Perché altro, girano i soldi e io non… lo sapete perché vi dico, perché non vuole soldi, non vuole niente, se gli voglio portare io una bottiglia…
Pelle: Gliela portate, sennò niente.
Ficara: …Se non ché, lo fa per amicizia, perché è “riggitano”… 

Zumbo, dunque, si metterebbe al servizio delle cosche, per puro spirito “riggitano”: “Da voi non vuole niente sicuro […] neanche un pasticcino, niente! […] è un ragazzo a posto” dice ancora Ficara a Pelle. Zumbo potrebbe incarnare una certa fetta del reggino o calabrese medio che non disdegna il cocktail insieme al rampollo di ‘ndrangheta: lo stesso Zumbo, in giovane età, sarebbe stato vicino di casa di una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta reggina. Sarebbe cresciuto insieme ai ragazzetti rampanti (molti dei quali finiti in carcere) ed evidentemente ne sarebbe rimasto “contagiato”.

E Reggio Calabria, in particolare, non disdegnerebbe il caffè, l’aperitivo, il drink, con esponenti di famiglie assai in vista dal punto di vista criminale. Basta fare un giro in discoteca o nei bar, per capirlo, oppure, basta leggere cosa dice il collaboratore di giustizia Roberto Moio della famiglia De Stefano: […] conoscono, praticamente frequentano tutti, tutta la gente, la Reggio-Bene, conoscono avvocati, conoscono notai, figli di notai, figli di avvocati  […] C’è Dimitri non lo vede mai con un Fracapane per dire, oppure uno come me, Dimitri sempre, u viri parlare cu’ figghiu du’ nutaio, cu’ figghiu du’ dottore, cu’ figghiu di l’avvocato”. La società, dunque, non nega il consenso, ma, anzi, lo accresce. Lo stesso Peppe De Stefano, colui che viene indicato dagli inquirenti come il capo indiscusso (insieme a Pasquale Condello e Pasquale Libri) della ‘ndrangheta reggina, ascoltato dal pm Giuseppe Lombardo racconta un episodio che vale molto nel disegno della Reggio Calabria degli ultimi trent’anni:

De Stefano – […] una volta è uscito mio padre nell’82 dal carcere e in un negozio di scarpe ha trovato sessanta milioni di lire di conto dottore e noi figli camminavamo con le scarpe bucate
Dott. Lombardo – c’era gente che comprava a carico, a nome vostro
De Stefano – a storia dei De Stefano è chista..nel 74 da Cammara dopo la morte di mio zio Giovanni c’era gente che andava con gli assegni firmati Giovanni De Stefano e si comprava le scarpe dottore Lombardo e mio padre era vivo per dirvi..perché dei De Stefano si sente parlare ma si deve ascoltare..

E si tratta di qualcosa che va ben oltre la storiella di contesto. Perché in Calabria, perché a Reggio Calabria, camminare con le scarpe acquistate da un De Stefano, da un Condello, da un Libri, eccetera, eccetera, ha un significato umano, antropologico, che va ben oltre il gesto di mettere un piede davanti all’altro. E’ la città che si consegna in determinate mani.

Ritornando all’attualità, un altro possibile esempio sarebbe l’imprenditore Antonino Schiavone, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Artemisia”. Schiavone è un imprenditore piuttosto affermato nel settore della vendita di fuochi d’artificio: la sua ditta è tra le più ambite dalle Amministrazioni Comunali della provincia reggina, compreso lo stesso Comune di Reggio Calabria che, soprattutto negli anni di Giuseppe Scopelliti, commissiona alla ditta di Schiavone diversi lavori nell’ambito delle feste patronali. Schiavone, però, non esiterebbe a rivolgersi alla famiglia Gioffrè di Seminara per ottenere l’appalto per la festa patronale del luogo: assumerebbe nella propria ditta un membro della famiglia Gioffrè e si farebbe accompagnare proprio da uno dei Gioffrè quando ci sarebbe da dirimere qualche “controversia” con ditte vicine ad altre famiglie. Lo stesso pm Roberto Di Palma, che ha condotto l’accusa nel procedimento, ha sottolineato, nella propria requisitoria, un assunto fondamentale: “Antonino Schiavone non è un mafioso”. Sarebbe, però, un imprenditore “amico degli amici”, come sostenuto da un collaboratore di giustizia, Vittorio Fregona: un imprenditore che, nonostante la propria predominanza nel settore, dovuta alla qualità del proprio lavoro, si avvicinerebbe così tanto a un clan tanto da essere condannato, seppur in primo grado, per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è interessante la distinzione, assai pratica e concreta, che il pm Di Palma fornisce dei cosiddetti “malati di ‘ndrangheta” nella propria requisitoria: “Questa zona grigia dobbiamo scinderla in due aspetti se vogliamo proprio sottilizzare: quelli che ammiccano alla ‘ndrangheta, no? Quelli che “compare”, “compare qui”, “compare lì”, quante volte li abbiamo sentiti, in dialetto calabrese sapete come si chiamano? I malati di ‘ndrangheta, quelli che ‘ndranghetiano, cioè quelli che alla fine dei conti non avrebbero niente a che vedere con la ‘ndrangheta, no? E che però si sentono, si sentono quasi quasi importanti e quasi quasi affascinati da questo mondo, come se far parte di questo mondo potesse in qualche maniera renderli più importanti. In fondo sono soltanto dei frustrati che cercano una collocazione. E questo, voglio dire, molto spesso lo vediamo tra fasce culturali anche elevate, anche professionisti che hanno questo atteggiamento culturale. E poi ci sono quelli che invece tutto sommato sono più scaltri, che al di là di questi atteggiamenti, voglio dire, di fascino sanno che devono appoggiarsi per poter raggiungere determinati obiettivi”. Ne è un esempio il collaboratore Cosimo Virgiglio, pentito dopo il coinvolgimento nell’indagine “Maestro”, il quale racconta della tendenza di avvicinarsi, quasi naturalmente, alle cosche, da parte di chi decide di fare impresa in Calabria. Insomma, anche per poche migliaia di euro, l’importanza sarebbe far parte di determinati circuiti. L’importante è camminare a braccetto del potente di turno: i soldi, il successo, prima o poi arriveranno.

“Se io fossi Governatore della Calabria, abolirei per legge la parola “compare”, si risolverebbero molti problemi” dice, provocatoriamente, un giovane investigatore non calabrese. E il problema, forse, sta anche nelle parole, nei modi di fare, nei modi di dire, come “a disposizione”. Storica divenne la frase pronunciata nei confronti di Mimmo Crea, l’ex consigliere regionale condannato in primo grado a undici anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa con le cosche Morabito, Talia e Cordì. A colloquio con un giornalista di “Annozero”, pensando di non essere registrato, Crea si lasciò andare ad alcune frasi piuttosto pesanti nei confronti di Franco Fortugno, venendo, peraltro, interrotto, dal consigliere regionale Franco Morelli, in quel tempo in quota Alleanza Nazionale, che lo apostrofò con una frase emblematica: “U compari du compari è tò compari”.

E non è solo ignoranza. O, meglio, non è solo ignoranza “scolastica”. A essere afflitti dalla “malattia” sono, spesso, anche professionisti, insomma, persone “con le scuole”: un atteggiamento che, insieme ai tanti, tantissimi, interessi economici, contribuisce ad alimentare lo squadrone dei “colletti bianchi”, l’area della “zona grigia”. Senza coloro i quali che, in un modo o in un altro, sono affascinati dalla ‘ndrangheta, le cosche, probabilmente, sarebbero più deboli: senza la possibilità di entrare nei salotti, la ‘ndrangheta sarebbe rimasta probabilmente alla stregua della banda di Renato Vallanzasca. Ed è tutto già certificato in atti d’indagine, come la frase contenuta nel fascicolo “Primavera”, pronunciata da un affiliato alle cosche di San Luca nei confronti di Antonio Cordì, impegnato nella faida di Locri con i Cataldo: “Totò stai attento che quando il popolo vi va contro perdete quello che avete fatto in questi trent’anni! Lo perdete… Quando si buca la saracinesca, a quello gli bruciano la macchina, a quello un’altra cosa, il popolo incomincia a ribellarsi”. In Calabria, a Reggio Calabria, però, in pochi possono dirsi effettivamente “sani”. Talvolta è una questione di sfiducia nello Stato, identificato, a tutti gli effetti con la ‘ndrangheta (che sul territorio è ben più presente delle Istituzioni). Talvolta, invece, è una questione di Dna che si esplicita nei gesti quotidiani più naturali, come la lotta, senza esclusione di colpi, per offrire un caffè in un bar. Come se il prestigio di un individuo si misurasse dal numero di caffè offerti nell’arco di una giornata. Comportamenti o modi di essere che sfociano spesso nel comico e nel kitsch: si va dai vetri oscurati sulle automobili, passando per indumenti e accessori pacchiani, fino alle tarantelle “sparate” tramite impianti stereo da discoteca. Una categoria di soggetti che non sfugge a un attento osservatore come il procuratore aggiunto Nicola Gratteri che, nel corso della seconda serata della rassegna “Tabularasa”, afferma: “Quelli che vedete per strada con le camicie aperte e le collane al collo sono solo garzoni di ‘ndrangheta”. O, forse, “malati di ‘ndrangheta”?

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Seminara, un posto tranquillo

aprile 20, 2009

seminara

L’odierna operazione “Artemisia”, condotta contro le cosche di Seminara dall’Arma dei carabinieri e coordinata dal pubblico ministero Roberto Di Palma, è, di fatto, l’ideale continuazione della cosiddetta “Operazione Topa” che, nel novembre del 2007, portò all’arresto di 13 persone, tra cui sindaco, vicesindaco ed ex sindaco del borgo situato a metà tra la Piana di Gioia Tauro e l’Aspromonte.

Nel maggio del 2007 a Seminara si vota e, alla vigilia delle elezioni amministrative, si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, presunto capo della ‘ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, sindaco uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura. Ecco cosa dice Rocco Gioffrè, presunto capo della locale composta dalle famiglie Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè, al sindaco uscente:

“Tu ti devi candidare, perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

Poi cosa accade?

Accade che Marafioti si convince e si ricandida. E Rocco Gioffrè mantiene la parola data: : la lista del sindaco Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

Otto in più di quelli previsti.

Secondo gli inquirenti, dunque, la ‘ndrangheta controllerebbe l’intero Comune  in provincia di Reggio Calabria, con diramazioni anche all’esterno. Ecco cosa scrive Francesco Forgione nella relazione della Commissione Parlamentare Antimafia:

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Nell’odierna “Operazione Artemisia”, gli investigatori sono convinti di aver incastrato il gotha della ‘ndrangheta di Seminara, il cui Comune, a distanza di quasi due anni, è ancora sciolto.

Le indagini sul nucleo Seminara cominciano dal dicembre 2006, all’indomani dell’omicidio del “boss” locale Domenico Gaglioti. Ad accendere i riflettori sul borgo reggino è la lunga scia di sangue che, da qualche tempo (dopo quella ben più famosa degli anni ’70) ha ricominciato a scorrere da quelle parti: ferimenti e tentati omicidi culminati, il 27 marzo del 2008, con l’omicidio di Silvestro Luigi Galati, poco più che ventenne.

Alla base i contrasti tra le due famiglie Gioffrè, quella degli “ndoli” e quella degli “ingrisi”, associata ai Caia e ai Laganà, da cui, poi, questi ultimi, sono fuoriusciti.