Posts Tagged ‘sanità’

Una poltrona per due

luglio 11, 2009

loieroscopelliti

Come stanno i due probabili candidati che si giocheranno, la prossima primavera, la poltrona di Presidente della Regione Calabria?

Non bene, per motivi diversi.

Loiero deve lottare un po’ contro tutti, perchè da un lato il Governo Berlusconi si è ricordato, casualmente, a meno di un anno dalle elezioni regionali, che la sanità in Calabria è assai sotto l’asticella della decenza e adesso l’unica stada percorribile per Berlusconi, Sacconi, Fazio è  il commissariamento. Una carta che, tra qualche mese, un po’ tutti, candidato di centrodestra compreso, potranno sfruttare abilmente accollando i disastri sanitari ad Agazio Loiero e alla sua Giunta: “Siamo stati costretti a commissariare”, diranno.

E se l’idea di commissariare la sanità in Calabria appare, francamente, una poco criptica mossa da campagna elettorale, per Agazio Loiero (al momento l’unico nome di un certo peso nel centrosinistra calabrese) i problemi arrivano anche dagli alleati, da quel Partito Democratico che non prova nemmeno a legittimare e valorizzare l’opera, a dire il vero non entusiasmante, del Governatore: “Loiero ricandidato? Faremo le primarie”, ha detto qualche giorno fa, a Rende, Enrico Letta.

E intanto Loiero, in un’intervista rilasciata a Gazzetta del Sud ha dichiarato che se dovesse essere rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta Why not deciderebbe di non ricandidarsi. E la possibilità di un rinvio a giudizio non appare peregrina, dal momento che, pochi giorni fa, l’accusa ha chiesto il processo per il Governatore.

Ma, se Sparta piange, Atene non ride.

Il punto, quello vero, è che a destra i problemi vengono mascherati meglio. Molto meglio.

E così Giuseppe Scopelliti, giovane sindaco di Reggio Calabria, probabile candidato del Pdl alle prossime regionali, continua a ricevere brutti colpi alla propria immagine, ma, come un buon pugile, cerca di incassare senza mostrare cenni di cedimento.

Ma i fatti, ostinati, dicono che il ruolo di coordinatore regionale del partito di Berlusconi, assunto da qualche settimana, sta portando più grane che onori: il Pdl ha straperso (nonostante l’alleanza con l’Udc) alle provinciali di Cosenza, mentre ha vinto, ma non ha convinto, a Crotone.

Come se non bastasse i mal di pancia di ex forzisti (leggi il deputato Nino Foti), di tanto in si manifestano tramite dichiarazioni al vetriolo sull’operato del coordinatore regionale. Il Pdl, in Calabria, non riesce proprio a conciliare le due anime, Forza Italia e Alleanza Nazionale: battibecchi e dispettucci cui siamo stati abituati più dal centrosinistra che non dagli allievi berlusconiani.

Una cosa è certa e questo Scopelliti lo ha capito: pensare di potersi insediare a Palazzo Alemanni contando unicamente sui voti di Reggio Calabria e provincia è soltanto un sogno. E’ un discorso prettamete numerico. Il punto è che, inevitabilmente, per recuperare terreno nelle altre province, Scopelliti “trascura” la propria città: le assenze in Consiglio Comunale, anche quando si discute di temi delicati, si fanno sempre più frequenti; lo stesso Civico Consesso senza la presenza del proprio leader fatica ad articolare, civilmente e programmaticamente, un discorso di senso compiuto; Reggio Calabria, anche nell’aspetto esteriore, sembra soffrire di un certo scollamento nei meccanismi che l’avevano certamente resa più efficiente negli ultimi anni e, da ultima, quasi a metà luglio, dell’estate reggina, fiore all’occhiello dell’Amministrazione Scopelliti non v’è traccia.

Insomma, Loiero e Scopelliti non stanno benissimo. Le elezioni regionali sono vicine, ma non vicinissime: il centrosinistra potrà provare a rialzarsi sfruttando il fatto che, al momento, possiede il governo regionale, il centrodestra potrà contare sulla potenza berlusconiana, che potrebbe manifestarsi, tramite decisioni drastiche, anche in Calabria.

Ma la poltrona resta comunque una sola.

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Messico e nuvole

maggio 7, 2009

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La mucca pazza, la SARS, l’influenza aviaria, ora quella suina.

Il mondo corre sul filo delle emergenze, se ne parla per giorni, anche per settimane, a volte anche in maniera esagerata. Non v’è dubbio che sia sempre e comunque meglio parlare di una malattia che, per rimanere all’ultima arrivata, nel solo Messico (da dove si è propagata) ha causato centinaia di vittime, che non dei balletti in casa Berlusconi (e se cede, parlandone, anche Annozero, allora siamo fritti).

Ma ritorniamo alle varie influenze e malattie che, ciclicamente, investono l’intero pianeta, scatenando il rischio di un’epidemia su scala planetaria, che quindi prende il nome di pandemia.

Nel rispetto delle tantissime vittime dell’influenza suina, in Messico e non solo, il mondo sembra essere alla continua ricerca di un male che lo distrugga. Sembra bruciare dalla voglia di trovare un male, naturale, che lo riduca in una landa deserta.

Ciclicamente, quindi, scoppiano le emergenze, come a rievocare le pestilenze medievali, la “morte nera” del 1348 che uccise tra il trenta e il cinquanta per cento della popolazione mondiale.

I governi stanziano enormi quantità di quattrini per fronteggiare l’emergenza: solo quello messicano ha stanziato 450 milioni di dollari su proposta del ministro della Salute, che di nome fa Jose Angel e di cognome Cordova…

E intanto le varie ondate di allarmismo che si sono succedute negli anni, arricchiscono le aziende farmaceutiche: è la cosiddetta “industria della malattia”.

E per trovare dei farmaci adatti, si sa, è necessario fare studi, ricerche ed esperimenti, valutando, in laboratorio, la bontà della terapia. Studi, ricerche ed esperimenti, che le ditte farmaceutiche, le multinazionali, non sono tenute a divulgare, rimanendo ben dentro i paletti fissati dalla legge.

E’ l’industria della malattia.

Come per la realizzazione di un film: i costi di produzione devono essere ampiamente superati dai ricavi totali, dopo l’uscita nelle sale. Allo stesso modo, mesi, o anni, di ricerche, anche piuttosto esose, verranno ripagati dal “successo” del farmaco, perchè chiunque tiene estremamente alla propria pellaccia.

E le vendite si impennano, e tutto va certamente a gonfie vele, se, di tanto in tanto, scoppia una epidemia mortale.

I farmaci allora, anche se inutili, diverranno un blockbuster.

La lezione di State of play

maggio 3, 2009

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Ieri sera sono tornato al mio primo amore, il cinema, e, con la mia dolce metà, sono andato a vedere un film, “State of play”. Ottimo cast, composto, tra gli altri, da Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren e Robin Wright Penn, bella storia, sugli intrighi di Palazzo e le lobby di potere, suspence costante e diversi spunti di riflessione.

Sì perchè, oltre ad essere un film di denuncia sulle lobby di potere, State of play è una riflessione, vera, sul modo di fare giornalismo e di fare inchiesta. Il film ha parecchi rimandi al capolavoro “Tutti gli uomini del presidente” e alcune battute di Russell Crowe, trasandato reporter del Washington Globe, la dicono lunga su come sia ridotto il giornalismo moderno.

State of play è una riflessione, un incoraggiamento direi, a svolgere la professione di giornalista con passione e abnegazione, insieme con il coraggio, perchè la libertà di un Paese, la civiltà di un Paese, passa, inevitabilmente, da quanto e come il popolo viene informato.

Ma c’è da dire una cosa: State of play è ambientato negli Stati Uniti d’America, un Paese che ha sicuramente tantissimi difetti, ma che, in quanto a informazione (quella vera) non ha rivali; eppure le battute al vetriolo non mancano.

E allora in Italia cosa dovremmo dire?

Un Paese in cui non si fa altro che organizzare festival, convegni e tavole rotonde sull’informazione e sul buon giornalismo, senza avere il coraggio di dire che si sta parlando di cose inesistenti in Italia.

Un Paese in cui, spulciando sui siti dei più celebri giornali nazionali, noto che “La Repubblica” è l’unica testata a occuparsi del processo di mafia, denominato “Gotha” e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo, nonchè interlocutore privilegiato di Riina e Provenzano).

Un Paese in cui, le poche voci libere come Pino Maniaci e Roberto Saviano o vengono inquisite o sono costretti a girare sotto scorta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Un Paese che, secondo Freedom House, è l’unico Stato europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale», insieme con Israele, Taiwan e Hong Kong, e questo, senza lasciare spazio a deliri razzisti, è vagamente vergognoso.

Cosa si dovrebbe dire della Calabria?

Dove il giornalismo, il buon giornalismo d’inchiesta (quello citato da Russell Crowe in State of play) è soltanto “d’importazione”, dato che, per sapere che a Lamezia Terme si sta pensando di costruire una discarica abbattendo decine di ettari di vigne è necessario aspettare e leggere Antonello Caporale da “La Repubblica” e per sapere (concretamente) che la situazione sanitaria in Calabria è da Terzo Mondo, bisogna aspettare ed ascoltare Alberto Nerazzini per “Report”.

Cosa si dovrebbe dire in un Paese in cui i giornalisti sembrano aver perso quelle che dovrebbero essere le loro doti principali: onestà, accuratezza, passione per la verità ad ogni costo?

Applausi bipartisan

aprile 30, 2009

applausi

Sono illuso ad averci solo pensato: dopo tante leggi inutili, discutibili e/o pessime, questo centrodestra stava elaborando, finalmente, una proposta di legge seria, severa e giustamente repressiva.

Ma ognuno di noi può convincere gli altri di essere cambiato, ma mai sè stesso. Alla fine, dunque (e purtroppo), la vera natura affiora sempre.

Con un colpo di coda nella notte in seno alla Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera viene cancellato l’obbligo per l’imprenditore titolare di appalti pubblici di denunciare un’estorsione pena la perdita della commessa e l’interdizione dalle gare per tre anni.

Le opere pubbliche, dalle autostrade alla sanità, passando per le scuole, vengono costruite con vergognosa lentezza e, come accaduto in Abruzzo, si sgretolano alla prima scossa di terremoto. Senza contare, inoltre, l’impatto negativo che il racket ha su un’economia già fragile come quella italiana, precisamente nelle zone del Meridione.

Sostenuta dalle associazioni antiracket e dalla Procura Nazionale Antimafia, quella che si stava elaborando, era una proposta severa, ma, purtroppo, necessaria.

Non per tutti.

I responsabili sono tre pidiellini: Manlio Contento, avvocato, ex membro di Alleanza Nazionale, già Sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze; Francesco Paolo Sisto, ex forzista, anch’egli avvocato, eminente professore universitario; Jole Santelli, avvocato ovviamente, calabrese, anch’ella ex di Forza Italia.

Cosa accade?

Accade che Contento, Sisto e Santelli reputano la misura estremamente repressiva e, addirittura, incostituzionale. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, accoglie le istanze dei tre deputati e la norma viene emendata.

Infuriati il Ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e il sottosegretario del Viminale, Alfredo Mantovano, ex magistrato ed ex di Alleanza nazionale, gli unici a difendere la bontà della norma inserita nel pacchetto sicurezza.

E al pasticcio, vuoi per invidia, vuoi per incapacità, partecipa anche la minoranza: al momento del voto, in aula, Partito democratico e Italia dei valori vanno via per protesta. Se avessero votato contro, come una vera opposizione dovrebbe fare, invece di dare vita a una delle solite scenette, con il voto contrario della Lega nord, forse, la proposta di legge non sarebbe stata cancellata.

Come si dice in questi casi? “Grazie alla proficua collaborazione tra….”

Applausi ambo ai lati.

Generale, mio generale!

ottobre 22, 2008

Il rospo dalla gola me lo caccio subito perchè altrimenti rischio di cominciare a tossire: Massimo Cetola, attuale commissario straordinario dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria non sta portando con estremo onore il nome dell’Arma dei Carabinieri di cui è generale in pensione.

Magari lo ha fatto in passato, nelle sua lunga e fulgida carriera, ma adesso proprio no.

Massimo Cetola, seduto da alcuni mesi su una comoda e redditizia poltrona di Palazzo Tibi, è una gentile eredità che il governo Prodi ha lasciato alla prediletta Reggio Calabria, prima di essere pugnalato da Clemente Mastella.

Lo scorso 19 marzo il Consiglio dei Ministri, su proposta dell’allora responsabile del Viminale, Giuliano Amato, decise infatti di sciogliere l’azienda di Reggio per infiltrazioni mafiose.

Ma di questo parlerò tra poco.

Dicevo di Massimo Cetola: lui è un generale in pensione dei carabinieri, è nato a Roma il 17 luglio del 1946, ed è indagato, nell’ambito dell’inchiesta Toghe lucane in ordine al reato p. e p. dagli arti. 110 e 323 del codice penale: concorso in abuso d’ufficio.

E inoltre (c’è sempre un inoltre) Federfarma Rc ha presentato un esposto in Procura proprio contro la Commissione Straordinaria di Massimo Cetola, quella che doveva risolvere i guai della sanità reggina!

Scrivono i farmacisti in una nota stampa:

La Federfarma Reggio Calabria comunica di aver inoltrato un esposto – denuncia alle preposte Autorità inquirenti chiedendo di accertare eventuali ipotesi di reato nell’operato posto in essere dalla Commissione Straordinaria posta al vertice dell’Azienda Sanitari Provinciale di Reggio Calabria. L’intollerabile ed irresponsabile gestione dell’ASP ha prodotto l’imminente necessaria chiusura di tutte le farmacie della provincia di Reggio Calabria.

Troppe mensilità non corrisposte (32 in tutto): le farmacie annunciano la serrata. Promettono di consegnare le chiavi delle proprie attività al prefetto Musolino e si autodenunciano per interruzione di pubblico servizio.

Insomma, fanno sul serio.

Cetola invece continua a non versare nemmeno una goccia di sudore all’interno dei suoi bei completi firmati e soggiorna (non a spese sue, ovviamente) in una comoda stanza dell’Hotel Excelsior di Reggio Calabria: uno dei migliori della città.

Indagato in Toghe lucane, denunciato dai farmacisti di Reggio Calabria, c’è ancora qualcuno che ama il generale Massimo Cetola?

Ho usato il verbo “amare”, ma mi risparmio i pettegolezzi: non mi appartengono.

Lo scorso 9 ottobre perviene agli organi di stampa, e quindi anche a strill.it una nota nella quale una delegazione medica composta da 47 professionisti si schiera apertamente con il generale.

Scrivono i 47:

Nel dramma che inevitabilmente consegue allo scioglimento per mafiosità di un’Azienda Sanitaria, qualcosa di positivo, in questo contesto, affiora ed emerge ed è l’affidamento della gestione ad una Commissione Straordinaria di sicura e provata professionalità e moralità tale da poter contrastare e sconfiggere l’illegalità diffusa, riorganizzare dallo sfacelo tutta la struttura  e restituire, quindi, efficienza e credibilità alla Sanità reggina e della Piana.

A scrivere vi sono molti medici nominati in ruolo dirigenziali dal generale Cetola, ma vi sono anche altri di precedente nomina, confermati dall’attuale commissario.

Legittimo che gli siano riconoscenti:

In effetti, l’opera della Commissione è stata fin dall’inizio, pur nel totale disfacimento aziendale, decisa e alacre.

Infine l’invito:

a tutti gli Enti locali (Comuni, Provincia e Regione), a tutte le Istituzioni, a tutte le organizzazioni, a tutti coloro, in sostanza, che, pur potendo farlo , hanno trascurato finora di dare questo sostegno alla Commissione e di contrastare invece le persone ed i gruppi ed i relativi fiancheggiatori che promuovono l’illegalità e la disorganizzazione.

Mi rivolgo soprattutto ai medici di vecchia nomina, quelli messi lì dalle precedenti gestioni, quelle che promuovevano “illegalità e disorganizzazione”, quelle che mancavano di “efficienza e credibilità”: perchè queste denunce arrivano solo adesso? E, ancora, un po’ di imbarazzo nello scrivere queste cose no, eh?

Lettere al blog

ottobre 13, 2008

Mi sono risvegliato con un commento illustre ad uno dei miei post più datati (19 giugno). Un commento al quale, credo, sia doveroso dare più visibilità possibile, dato che arriva da uno dei tre triumviri che, appena alcuni mesi fa, erano stato incaricati di risollevare le sorti dell’Azienda Sanitaria di Reggio Calabria. I triumviri erano il generale Massimo Cetola e i commissari ministeriali Claudio Ranucci e Salvatore Carli. Proprio quest’ultimo mi ha scritto:

La mia presenza presso la sede dell’ASP di Reggio Calabria è stata assicurata per 3 giorni settimanali, dalle ore 8,30 alle ore 21 ininterrottamente con una pausa di 30 minuti per il pasto. Inoltre gli altri due giorni ( quindi anche di lunedì) la mia partecipazione alla vita amministrativa dell’ASP veniva assicurata mediate un costante collegamento telematico, telefonico e informativo che mi consetiva di poter seguire senza interruzioni di continuità le vicende dell’Azienda .
Per quanto riguardo il compenso mensile, tengo a precisare che esso dovrebbe eessere pari a circa € 2.300. Non conosco l’esatto ammontare perchè ad oggi non ho materialemente percepito un centesimo.
Salvatore Carli

Un uomo solo al comando

giugno 19, 2008

La sanità reggina va in malora.

La pesante situazione debitoria dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria, circa mille miliardi del vecchio conio, getta sulla sedia a rotelle una struttura che già da anni zoppicava vistosamente a causa del malaffare dei tanti, troppi, manigoldi che vi hanno operato nel tempo. Con servizi lontani dalla decenza e con la chiusura dell’Hospice “Via delle Stelle” sempre più probabile, con le farmacie chiuse per protesta, la situazione diventa, giorno dopo giorno, ancora più tragica.

E tutto mentre da Catanzaro non arriva alcun cenno di interesse per porre rimedio, soprattutto economicamente, alla situazione creata anche, ma non solo, da gente nominata da Loiero e compagni.

Il commissario dottor generale prefetto monsignor (ops) Massimo Cetola, nominato invece dal Consiglio dei Ministri, per ora non sembra in grado di trovare una soluzione ai disastri combinati dai suoi predecessori anche perchè, nel giro di pochi mesi, è stato lasciato solo: degli altri due commissari, Carli e Ranucci, che avrebbero dovuto comporre il triumvirato inviato dal Governo dopo lo scioglimento, per mafia, dell’Asp, non v’è traccia.

A Reggio nessuno ha avuto l’onore di conoscere il volto di Claudio Ranucci, inviato dal Ministero della Salute. Salvatore Carli, invece, aveva scambiato il ruolo riservatogli dal Governo per una villeggiatura in riva allo Stretto dato che sperava di poter riscuotere il proprio, corposo, stipendio limitando la propria presenza in città a due/tre giorni settimanali. Inevitabile la frattura con il generale Cetola e tanti saluti anche a Carli che abbandona l’incarico “per motivi familiari”.

Massimo Cetola, è, come Fausto Coppi, “un uomo solo al comando”. Al comando di cosa, non si sa, però.

Intanto il 25 giugno l’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria organizza un programma di screening gratuito, rivolto a tutte le donne dai 50 ai 69 anni, per la prevenzione dei tumori della mammella.

Dove verranno reperiti i soldi francamente non lo so.

Io mi indigno (talvolta), tu ti indigni (spesso), egli non si indigna (mai)

maggio 3, 2008

C’è gente che ha “l’indignazione facile”.

C’è gente che si indigna di tanto in tanto.

C’è gente che non si indigna mai.

E’ passato più di un mese dall’apertura di questo blog, il traguardo delle 1000 visite l’ho superato da un pezzo e, anche per questo, urge un’analisi antropologica e a me piace moltissimo filosofeggiare; per carità, si tratta di quella che Hegel definiva “filosofia sentenziante”, filosofia spicciola, insomma. Qualsiasi altro tipo di filosofia, per ora, non mi appartiene.

Ecco non ho potuto fare a meno di notare quanto vi coinvolgano e quanto creino indignazione i miei scritti riguardanti la politica, riguardanti Re Silvio e le sue marachelle. Si scatenano dibattiti, confronti, polemiche, mi dicono: “Tu voti Silvio, quindi sei cattivo e brutto”; e, dato che ho rinunciato in partenza a spiegare che non ho votato Re Silvio, nè, tantomeno, la sua coalizione, non mi resta che notare (con un filo di soddisfazione) che le mie sono parole che, evidentemente, per un motivo o per un altro, interessano.

Scrivo invece dell’omicidio di Crotone, di qualche settimana fa, scrivo della strage del Quiper, scrivo della tragedia di Nino Princi, della cimice nell’ufficio del pm Gratteri, piazzata lì, magari, da un altro magistrato, dell’omicidio Benincasa, scrivo della situazione, catastrofica, della sanità calabrese, scrivo dell’indecente condizione in cui versa Reggio a causa del racket e tutto ciò rimane avvolto nell’indifferenza e con grande velocità sprofonda nell’oblìo.

Insomma, la gente muore per vari motivi, sempre ingiusti, ma, per molte persone, l’unica cosa capace di scuotere le coscienze è l’esistenza di Re Silvio, il fatto che è nano, che indossa tacchi e bandana e che si veste da beduino, che è schiavo della Lega, ecc.ecc.

C’è certamente qualcosa che non quadra.

Tenete duro, però, Re Silvio tra cinque anni ce lo toglieremo di mezzo.

Poco importa se ‘ndrangheta e mafia continueranno ad aleggiare sopra le nostre teste.

Ecco come funziona la sanità in Calabria

aprile 28, 2008

Nulla è più cristallino delle conclusioni stilate dal Prefetto Silvana Riccio nella sua relazione sullo stato della sanità calabrese: “…la “metodologia” del disservizio risulta essere l’aspetto prevalente del sistema sanitario in Calabria, mostrando sempre le stesse caratteristiche di un sistema caratterizzato da debolezza strutturale in una micidiale combinazione tra governo regionale che non riesce a imporre scelte di rinnovamento, governo aziendale troppo spesso senza capacità di gestione, degrado e inadeguatezza strutturale dei presidi sanitari, disorganizzazione amministrativa e gestionale, comportamenti professionali non adeguati, che a volte può risultare fatale, e che pregiudica le esigenze assistenziali, impedisce un efficace governo della spesa e conduce a rilevanti disavanzi finanziari di cui spesso non si conosce l’effettivo ammontare”.

Nei 39 ospedali 36 sono risultati irregolari, nelle 63 strutture sanitarie (guardie mediche, laboratori di analisi, case di cura convenzionate, S.E.R.T., poliambulatori) 38 sono risultate irregolari, e le sei case di cura  accreditate ed  ispezionate sono risultate tutte irregolari.

Numeri sconcertanti dai quali non può che scaturire un giudizio affossante della sanità calabrese, fondato su mesi di ricerche, colloqui, audizioni e sopralluoghi. Si va dalla situazione finanziaria, a quella gestionale, relativa quindi anche all’efficienza delle cure prestate e dei servizi forniti, fino a giungere alla situazione igienica. E sotto tutti questi punti di vista la sanità calabrese esce a pezzi, nonostante l’impegno, più volte ribadito dal prefetto Riccio, dell’assessore Spaziante che però si è dovuto scontrare, al momento del suo insediamento, oltre che con un crescente stato di isolamento, con “una certa difficoltà a ricostruire la reale situazione finanziaria delle Aziende, data la mancanza di alcuni bilanci e la presenza, in altri, di dati non del tutto attendibili…Il Governo ha, inoltre, sospeso l’erogazione di una parte delle somme destinate al finanziamento del servizio sanitario, relativamente alle annualità 2001 e 2005, per inadempimenti nella corretta gestione del sistema sanitario e per mancato rispetto dei limiti di spesa”. Eloquente, in questo senso, la situazione riscontrata presso l’Azienda di Reggio Calabria, dove il Collegio sindacale, chiamato a esaminare i bilanci consuntivi 2001-2006 riferiti all’ASL n. 11 di Reggio Calabria, ha rilevato l’inconsistenza e l’inadeguatezza del bilancio di previsione 2006 considerato che lo stesso, a consuntivo, è totalmente disattesoDovrebbe essere inaccettabile per un amministratore non riuscire a conoscere con esattezza e quando necessario, l’esatto ammontare dei decreti ingiuntivi notificati in azienda.” In quell’occasione il Collegio sindacale segnalò l’incremento iperbolico della spesa farmaceutica, passata da € 73.061.000 (anno 2005) ad € 84.227.809 (anno 2006), mentre alla voce “altra assistenza” (che riguarda l’assistenza fornita dalle casa di cura private) si registrò un aumento da € 11.845.000 (2005)  ad € 14.213.000 (2006). Tutto a causa di controlli superficiali e inefficaci da parte del Dipartimento Sanità della Regione sulle modalità con cui le risorse economiche vengono utilizzate, ma anche per l’inadeguatezza degli stessi manager o commissari straordinari che, nella maggior parte dei casi, mancano dei requisiti previsti dalla legge per ricoprire i propri ruoli: riferimenti particolari alla mancanza dell’esperienza dirigenziale, alla mancata protrazione della stessa per cinque anni, alla mancanza del certificato di frequenza del Corso di formazione richiesto, anche a distanza di più di diciotto mesi dalla nomina. E così la Calabria  risulta, in base ai dati forniti dall’Agenzia Regionale di Sanità (ASSR) essere l’ultima delle Regioni d’Italia per ricavi aziendali derivanti dall’Attività Libero Professionale Intramoenia (la spesa pro capite in Calabria è la più bassa a livello nazionale e si attesta sui €2,93 rispetto ad una media nazionale di €16,97. Per cogliere il distacco rispetto al contesto nazionale basti osservare come la seconda peggiore performance sia riscontrabile in Campania che però con i suoi €5,89 di spesa pro capite ottiene un risultato superiore alla Calabria del 100%). Impossibile, inoltre, portare avanti alcun tipo di progetto aziendale dato che i Dg restano in carica circa 1 anno e 7 mesi contro una media nazionale di 3 anni e 7 mesi: Ciò – scrive il Prefetto Riccio – contribuisce a consolidare un sistema in cui la dirigenza apicale della sanità sembra dover possedere come requisito fondamentale “la vicinanza” alla politica”.

Si spende troppo e si spende male: è bene infatti sottolineare come la Calabria abbia investito in sanità una quota di PIL molto maggiore rispetto alle altre regioni, (8,77% PIL Calabria – 4.66%PIL Lombardia), non riuscendo a ottenere, purtuttavia, risultati accettabili; senza tralasciare, inoltre, che numerose aziende sono in costante disavanzo economico spesso provocato da una esorbitante spesa della sanità privata che in Calabria – va sottolineato – è tutta convenzionata.  La Calabria è, infine, tra le regioni che presenta costi particolarmente elevati per tale forma di assistenza, con un tasso superiore del 30% circa di posti letto accreditati rispetto alla media nazionale. In Calabria sono più alti della media, inoltre, i costi relativi alla medicina generale e per la spesa farmaceutica convenzionata, nonché il saldo della mobilità passiva

Ma non deve essere dimenticato come l’istituzione della Commissione prefettizia sulla sanità sia nata in seguito agli eventi luttuosi che hanno gettato la Calabria sulle prime pagine degli organi d’informazione nazionali. L’attività della Commissione presieduta da Achille Serra prima e da Silvana Riccio poi, si è basata, soprattutto, sulle visite effettuate all’interno dei nosocomi e delle cliniche private. In riferimento agli ospedali si è riscontrata una consistente mancanza strutturale, nonché un ricorrente sottoutilizzo di reparti ospedalieri o anche di intere strutture, dovuto alla mancanza di un’efficiente rete ospedaliera che crea dei veri e propri “ospedali fantasma”, deserti e quasi del tutto inutilizzati: “E’ stato anche riscontrato – scrive il Prefetto Riccio – come molti ospedali calabresi costituiscano il risultato di una sorta di irrazionalità strutturale e organizzativa, nonchè di cedimento a logiche di campanile”. Imbarazzante, ancorchè espressivo di tale condizione è un caso che riguarda gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria dove è stato notato che le opere di ristrutturazione (la costruzione di una sala parto) sono state eseguite, oltre che senza il contributo dei clinici, anche senza tenere conto dei requisiti per l’accreditamento, cioè senza adeguarsi alla normativa vigente ed anche al di fuori di una logica di semplice funzionalità. Ma è l’utilizzo della punteggiatura e, in particolare di un punto esclamativo che tradisce l’assoluto stupore del Prefetto Riccio sulla situazione sanitaria calabrese: “Tra tutte le criticità rilevate non può non farsi specifico cenno alla allarmante circostanza riscontrata pressoché ovunque, della mancanza di un effettivo sistema integrato per la gestione di casi clinici in condizioni di emergenza, la cui soluzione è affidata all’affannosa ricerca telefonica di posti letto, senza una minima programmazione precedente!”.

Ora pro nobis

marzo 21, 2008

nunnari1.jpg Un altro pasticciaccio brutto made in Calabria si sta consumando (e ancora non abbiamo visto niente) nella vicenda relativa ai presunti illeciti legati alla gestione dell’Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello.

“Sull’ospedale hanno mangiato tutti”.

A dirlo non è uno scaricatore del porto di Gioia Tauro, ma  l’arcivescovo di Cosenza, mons. Nunnari che sulla vicenda ha rilasciato una dichiarazione al quotidiano La Provincia Cosentina.

Ora, non metto in dubbio la veridicità di tale affermazione, sono cosciente dell’immensa montagnola di merda che rischia piovere, ancora una volta, in terra calabra, ma, certamente, quella usata da mons. Nunnari non mi sembra un’espressione tipicamente da “alto prelato”.

Ma forse sono bigotto io.