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Se la ‘ndrangheta si ”sicilianizza”

maggio 19, 2010

da www.strill.it

Reggio Calabria è una città soffocata dalla ‘ndrangheta, una città che, tra anni ’80 e ’90, ha contato sull’asfalto centinaia di morti nella seconda guerra di mafia. Ma sei mesi così, fatti di “avvertimenti”, incessanti, allo Stato, Reggio Calabria non li aveva mai avuti. La lettera di minacce recapitata al sostituto procuratore della Dda, Giuseppe Lombardo è solo l’ultimo “messaggio” che le cosche potrebbero aver inviato agli inquirenti.

E, ancora una volta, nel mirino c’è il sostituto procuratore Lombardo, impegnato in inchieste delicatissime, come quella “Bellu lavuru”, contro le cosche di Africo, come quella “Testamento”, che vede alla sbarra il clan Libri, come le indagini sui grandi boss, Pasquale Condello e Giovanni Tegano.

“Sei un uomo morto. Un cadavere ambulante”. Sarebbe questo il contenuto della lettera recapitata al pm. Già nel gennaio scorso Lombardo aveva ricevuto una busta con all’interno una cartuccia caricata a pallettoni. Ma la lettera, recante un timbro del centro di smistamento di Lamezia Terme, indirizzata a Lombardo è, come detto, l’ennesimo segnale che le ‘ndrine potrebbero aver voluto inviare agli inquirenti.

Nel marzo scorso, un’altra busta, con proiettili, indirizzata a un altro giovane sostituto: Antonio De Bernardo. E ancor prima, ovviamente, la bomba alla Procura Generale di inizio anno. Senza dimenticare un altro inquietante segnale: il ritrovamento di un’auto-arsenale nella zona dell’aeroporto di Reggio Calabria, nel giorno della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La ‘ndrangheta ha ucciso, tanto, negli anni, ma mai, per strategia, quasi per DNA, aveva messo nel proprio mirino le Istituzioni, se si pensa che, a esclusione del giudice Antonino Scopelliti (che, però, sarebbe stato ucciso per volere di Cosa Nostra), la più alta carica uccisa in Calabria è il vicepresidente del Consiglio Regionale, Franco Fortugno, assassinato nel 2005 a Locri.

Ora, però, le cosche, sembrano aver cambiato strategia.

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, retta da Giuseppe Pignatone, ha colpito, negli ultimi mesi, le ‘ndrine di tutta la provincia: Pelle, Morabito, De Stefano, Bellocco, Pesce, Tegano, non c’è praticamente cosca che non sia stata indebolita da arresti e sequestri di beni. E allora la ‘ndrangheta, quasi adeguandosi al nuovo corso palermitano, sembra aver intrapreso una strada più “siciliana”, uscendo, per la prima volta dopo anni, dall’ombra, per individuare dei bersagli ben precisi. Al momento in maniera non cruenta.

Proprio una delle ultime inchieste del Ros dei Carabinieri, denominata “Reale”, potrebbe aver svelato l’organizzazione delle ‘ndrine in una “Provincia”, che, a grandi linee, potrebbe ricalcare le orme della celebre “Cupola” di Cosa Nostra.

E se la ‘ndrangheta si “sicilianizza”, questo non può che rappresentare una grossa novità rispetto alle conoscenze che tutti avevano della criminalità organizzata calabrese. Sarebbe un cambio di strategia che, se confermato, dovrebbe preoccupare ancor più delle gravissime minacce subite fino a oggi da alcuni magistrati.

“Non si comprende cosa sperano di ottenere” dice un magistrato.

Toccherà alla Procura della Repubblica di Catanzaro tentare di far luce anche su quest’ultima vicenda: è proprio nel capoluogo di regione che risiede la competenza per i fatti che riguardano i magistrati reggini.

Ma, dietro le minacce ai magistrati degli ultimi mesi, ci sono ancora i boss di sempre, gli uomini storici della ‘ndrangheta locale, oppure nuove leve si affacciano sul panorama criminale, tentando di colmare un vuoto che i numerosi arresti avrebbero creato?

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Sulla Calabria pregiudizi o ”post-giudizi”?

maggio 1, 2010

da www.strill.it

Partiamo dal titolo di un bell’articolo di Mimmo Gangemi apparso ieri su “La Stampa” e partiamo dal titolo di una bella canzone di Bruce Springsteen.

“E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. E’ il titolo dell’approfondimento (pagg. 42-43) con cui lo scrittore di Santa Cristina d’Aspromonte, tramite un’accurata e precisa ricostruzione storica, arriva a individuare in un soldato della Decima Legione Fretensis, di base sulla sponda reggina dello Stretto di Messina, l’uomo che trafisse con una lancia Gesù Cristo agonizzante sulla croce.

Mimmo Gangemi sa come studiare i documenti e sa come mettere nero su bianco, con grande maestria, i propri studi. Chapeau.

Ma blocchiamoci un attimo e andiamo alla canzone di Bruce Springsteen. Mi capita spesso di pensare a questa canzone quando devo tentare di fornire un’analisi, più ampia possibile, del territorio calabrese e reggino. La canzone si intitola Badlands, un termine che può essere tradotto come “bassifondi” o, più semplicemente, “postacci”. E per avere solo una minima speranza di capirli, i “bassifondi”, i “postacci”, vanno vissuti ogni giorno.

Ora, nessuno potrà negare che, per molti versi, Reggio Calabria, la Calabria intera, rappresentino i bassifondi d’Italia. E nessuno potrà obiettare se, per diversi motivi, questi territori vengano visti come dei “postacci”.

Ritorniamo all’articolo di Mimmo Gangemi.

Di norma, soprattutto nei grandi giornali, non sono gli autori a stabilire i titoli dei propri articoli. Quello è un compito a parte, affidato ad altre persone. “E’ stato un calabrese a trafiggere Gesù”. Perché non “è stato un italiano a trafiggere Gesù”? Secondo le Scritture, Cristo fu crocifisso a Gerusalemme, quindi, teoricamente, i suoi aguzzini potrebbero essere stati anche personaggi di altra etnia rispetto a quella italiana. E, ancora, se a trafiggere Gesù fosse stato un soldato originario di Pescara, il quotidiano avrebbe ugualmente titolato “E’ stato un abruzzese a trafiggere Gesù”? Avrebbe rimarcato, così precisamente, l’appartenenza regionale?

Forse sì, forse no.

Ora, è innegabile che, fuori dalla Calabria, il calabrese sia visto come un criminale, un reietto, uno che, per tornare a Bruce Springsteen, proviene dai “bassifondi”. Anzi no. Dai “postacci”.

Resta da capire se la cattiva fama sia meritata o meno. Resta da capire se la Calabria sia davvero al centro di un complotto mediatico, come ha piagnucolato per cinque anni l’ex Governatore Agazio Loiero. Se di questa terra siano di dominio pubblico le tante, tantissime, emergenze, e vengano colpevolmente tralasciate, invece, le poche, pochissime, note liete, o se, di converso, la cattiva nomea della regione non sia un pregiudizio gratuito e offensivo, ma un “post-giudizio”, dettato dalle azioni e dai comportamenti degli ultimi trent’anni.

Una volta in un film credo di aver sentito una battuta di questo genere: “Non è tanto quello che sei, ma ciò che fai che ti qualifica”.

Brevissima analisi. La Calabria, da decenni è vessata da cattivi governanti, da una corruzione degna di un paese del Sudamerica, dal malaffare. In provincia di Cosenza sembra che sotto il terreno vi siano scorie radioattive, a Crotone, invece, sulle scorie costruivano le scuole e, ancora a Crotone, i bambini vengono uccisi mentre giocano a calcetto. Senza contare lo strapotere della ‘ndrangheta che soffoca tutto il territorio.

Ecco, cosa ha fatto il calabrese, in tutti questi anni, per “smacchiarsi” la reputazione? Una cattiva reputazione che, di certo, non è dovuta alle persone laboriose che, ogni giorno, conducono la propria vita con onestà e dignità. La cattiva fama della Calabria è dovuta a una minoranza dedita al malaffare, alle ruberie e agli omicidi. Una minoranza cui, però, la maggioranza onesta sembra avere, per troppo tempo, concesso un ingiustificato consenso.

Anche le ultime consultazioni elettorali, stando a ciò che trapela dalle indagini della Commissione Parlamentare Antimafia, sembra che siano state pesantemente condizionate dal voto della ‘ndrangheta. Nel mirino sarebbero finiti oltre quindici candidati. E le libere votazioni dovrebbero essere la massima espressione di una democrazia.

A Reggio Calabria, tanto per arrivare all’attualità, la cittadinanza ha reagito agli applausi a Tegano, con alcune bellissime manifestazioni che, purtroppo, non hanno avuto sugli organi nazionali, uno spazio adeguato. Mimmo Gangemi ha scritto su “La Stampa” che si è trattata di una reazione tardiva. E io sono d’accordo. Viviamo in una terra che sembra capace di reagire solo se dileggiata a livello nazionale e internazionale. Ma quello non è coraggio, quella è una reazione istintiva di chi viene attaccato. E’ istinto di sopravvivenza.

Molti si sono affrettati a dire: “Non colpevolizziamo la città, gli applausi a Tegano arrivavano solo da parenti e amici”.

Assecondiamo il ragionamento. Passi per i parenti che, purtroppo, sono quelli e restano tali. Ma, possibile che, da parte di una bella fetta dell’opinione pubblica (influenzata da una pessima informazione) non venga visto come un disvalore essere “amici” (ed erano tanti, credetemi) di un boss latitante dal 1993, condannato con sentenza definitiva per omicidio e associazione mafiosa?

Forse sta qui l’essenza di tutta la situazione.

Conoscendo Mimmo Gangemi, sicuramente il titolo affibbiato al suo articolo non gli sarà piaciuto nemmeno un po’. E allora, per chiudere il cerchio, il titolo de “La Stampa”, sicuramente tendenzioso, forse è dettato anche da un comportamento, troppo accondiscendente (nel migliore dei casi) del popolo calabrese nei confronti dei virus che lo ammorbano. Per carità, un comportamento che in Calabria trova il proprio picco ma che, sicuramente, è presente in altre zone, soprattutto del Meridione. Penso alla Campania, mentre in Sicilia, dopo anni di stragi, sembra essersi sviluppato uno spirito critico più sano. Si tratta di una “sudditanza psicologica” (come direbbero i vecchi nemici della Juventus) tipica dei “bassifondi”.

Anzi, dei “postacci”.

Il ritorno dei “Monnezza”

novembre 13, 2009

spazzatura

Il teatro principale è quello del film di Giuseppe Tornatore, Baarìa.

L’Italia, il Sud, vanno avanti di emergenza in emergenza. Probabilmente perchè, nelle fasi di emergenza si prendono, di conseguenza, decisioni straordinarie, si elargiscono, quindi, risorse, soprattutto economiche, straordinarie.

Dopo l’emergenza rifiuti in Campania, quindi, arriva (o, meglio, ritorna) quella siciliana. Sì perchè Palermo, già negli scorsi mesi, era stata sommersa da montagne di spazzatura. Adesso, invece, come detto, l’epicentro è Bagheria, dove, proprio ieri, sono stati bruciati cumuli di immondizia, sparsa per le strade.

E la storia recente, la cronaca giudiziaria, ci hanno dimostrato che dove c’è un’emergenza rifiuti c’è di mezzo la criminalità organizzata.

E’ accaduto in Campania, dove il Governo ha messo in campo persino l’esercito per sgomberare le strade dalla spazzatura.

E c’è, come ben sapete, anche un’ordinanza del Gip di Napoli che accoglie la richiesta d’arresto per un sottosegretario del Governo Berlusconi, Nicola Cosentino, candidato in pectore alla presidenza della Regione Campania e, secondo i giudici, coinvolto, insieme con i clan dei casalesi, proprio nell’affaire rifiuti.

L’accusa per Cosentino, infatti, è quella di concorso esterno in associazione mafiosa. Il Gip, quindi, ha chiesto l’autorizzazione al Parlamento per poter procedere all’arresto, nel frattempo, però, Cosentino, e qui non si parla di legge ma di morale, non ha ancora manifestato la volontà di dimettersi.

Rifiuti-mafie.

E’ accaduto in Campania (a prescindere dall’innocenza o colpevolezza di Cosentino), sta accadendo in Sicilia e non mi sorprenderei di vedere, quanto prima, una situazione simile in Calabria, dove l’emergenza rifiuti comincia, ufficialmente, nel 1998.

A proposito della Sicilia, il 24 giugno scorso Giuseppe Oddo, su IlSole24ore, scriveva qualcosa di molto giusto, alla luce di quanto sta accadendo:

L’emergenza, però, come dicevamo, va ben oltre Palermo. Dalla città è già arrivata ai Comuni limitrofi e ha cominciato a contagiare altre province della Sicilia. Alle porte di Palermo la situazione è al limite dell’ordine pubblico. Tant’è che la Regione è pronta a erogare crediti ai Comuni travolti dall’emergenza, sotto forma di anticipazioni di cassa sui trasferimenti futuri. Un modo per evitare che la situazione sociale degeneri. Bagheria da oltre una settimana è invasa dalla spazzatura per il dissesto del Coinres. Il consorzio che riunisce ventidue Comuni del palermitano come Villabate, Ficarazzi e Bagheria è una fabbrica di debiti.

“Ecco perchè l’emergenza rifiuti in Sicilia non è affatto risolta” era il titolo profetico dell’articolo.

Sono interessanti anche le dichiarazioni, di qualche settimana fa di Gaetano Pecorella che, oltre a essere avvocato di Berlusconi, è anche presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti:

“In Sicilia non c’è ancora uno stato di emergenza sulla gestione dei rifiuti ma se non sicostruiranno i termovalorizzatori si andra’ prima o poi al collasso”.

Ricordiamoci del legame rifiuti-mafie.

E ricordiamo cosa c’è scritto nell’ordinanza di arresto per Nicola Cosentino sul termovalorizzatore da costruire nel territorio di Santa Maria La Fossa Abbate:

L’intervento dell’indagato Cosentino, del collega Mario Landolfi e del sindaco di Santa Maria La Fossa Abbate, converge con quello dei fratelli Orsi, allorquando i due parlamentari s’impegnano in una ‘forte pressione’ affinché in quel territorio fosse realizzato un termovalorizzatore dopo il
fallimento del progetto iniziale di allocare in quell’area una discarica

Sì perchè costruire un termovalorizzatore costa e se di mezzo ci si mette la criminalità organizzata, allora i soldi, elargiti dallo Stato, rischiano di finire in mani assai sporche.

Emergenza rifiuti in Campania: c’è di mezzo la camorra e si cercano accordi per la costruzione di un termovalorizzatore.

Emergenza rifiuti in Sicilia: Gaetano Pecorella, deputato del Pdl, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti, auspica la costruzione di termovalorizzatori sull’isola.

Emergenza rifiuti in Calabria: annunciata nel 1998. C’è chi vorrebbe un raddoppio del termovalorizzatore di Gioia Tauro.

Il meccanismo del gioco è sempre lo stesso.

Ponte sullo Stretto: l’ultima volta fu guerra di mafia

ottobre 16, 2009

ponte_sullo_stretto

da www.strill.it

“Fratelli di sangue”, di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, pagina 65:

“A infuocare gli animi era stato il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto, ma anche l’influenza dei De Stefano ad allargare la loro influenza su Villa San Giovanni, territorio degli Imerti”.

 Poche righe, per spiegare un fatto difficile da spiegare.

L’11 ottobre del 1985 è un venerdì, sono le 19.10. Nella centrale via Riviera di Villa San Giovanni, a pochi metri dalla caserma della Guardia di Finanza, c’è una Fiat 500. E’ parcheggiata accanto all’automobile blindata di Nino Imerti, il boss che controlla Villa San Giovanni.

Nessuno, probabilmente, nota quella Fiat 500, un’automobile come tante altre, parcheggiate in una delle zone più frequentate di Villa San Giovanni. Quell’auto, però, non è un’auto come le altre. Nino Imerti e i suoi uomini di scorta non lo sanno, ma quella Fiat 500 è imbottita di esplosivo.

Nino Imerti si salverà miracolosamente, moriranno alcuni suoi guardaspalle. Due giorni dopo, però, la risposta sarà dirompente e lascerà sull’asfalto Paolo De Stefano, il boss dei boss di Reggio Calabria, ucciso nel proprio regno, nel rione Archi.

Comincia così la seconda guerra di mafia di Reggio Calabria: nell’estate del 1991, quando si concluderà, si conteranno quasi seicento morti.

Perché Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, in “Fratelli di sangue”, una piccola enciclopedia sulla ‘ndrangheta, attribuiscono l’inizio delle ostilità ai lavori del Ponte e agli appetiti della famiglia De Stefano su Villa San Giovanni, dove dovrebbe poggiare uno dei pilastri dell’opera?

Dell’idea di collegare Sicilia e Calabria si parla fin dall’antichità. La prima proposta di realizzazione di un ponte è datata 1866, allorquando il Ministro dei Lavori Pubblici Jacini incarica l’ingegnere Alfredo Cottrau, tecnico di fama internazionale, di studiare un progetto di ponte tra le due sponde.

Perché, nel 1985, una recrudescenza dei contrasti mafiosi così tragica?

Nel 1982 il Gruppo Lambertini presenta alla neonata società concessionaria, la Stretto di Messina S.p.A., il proprio progetto di ponte. Nello stesso anno il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, annuncia la realizzazione di “qualcosa” “in tempi brevi”. Due anni più tardi si ripresenta agli italiani con una data precisa: “Il ponte si farà entro il ‘94”. Nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi dichiara che il ponte sarà presto fatto. La Stretto di Messina S.p.A. il 27 dicembre 1985 definì una convenzione con ANAS e FS.

Ecco, 1985.

Le cosche calabresi cominciano a farsi la guerra anche a causa del ponte. E questo non lo dicono soltanto, benché siano fonti autorevoli, Antonio Nicaso e Nicola Gratteri in “Fratelli di sangue”. Non lo dice soltanto, a pagina 143 del suo “Processo alla ‘ndrangheta”, lo studioso Enzo Ciconte:

“A quanto pare la guerra era da mettere in relazione agli appalti pubblici attorno a Villa San Giovanni in vista della costruzione del ponte sullo stretto di Messina che avrebbe dovuto collegare stabilmente le sponde della Calabria e della Sicilia”.

Lo dicono le sentenze. Tribunale di Reggio Calabria, “Ordinanza-Sentenza contro Albanese Mario + 190”, Reggio Calabria, 1998, p. 312:

“Tra le ragioni alla base della “guerra di mafia” che ha interessato l’area di Reggio Calabria tra il 1985 e il 1991, sembra esserci anche il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto”.

Lo dice anche un collaboratore di giustizia, Filippo Barreca, parlando con il sostituto procuratore Bruno Giordano (lo stesso che, a capo della Procura di Paola, ha indagato e sta indagando, sulle “navi a perdere” e sulle scorie radioattive nel torrente Oliva) degli interessi di Cosa Nostra affinché a Reggio si stipulasse la pace. Le dichiarazioni di Barreca, rese l’11 novembre del 1992, saranno utilizzate proprio nell’ambito del maxiprocesso Olimpia:

“L’interesse a che fosse ristabilita la pace in provincia di Reggio Calabria scaturiva da una serie di motivazioni, alcune di ordine economico (pacchetto Reggio Calabria e realizzazione del ponte sullo Stretto)”.

Proprio ieri, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, ha dichiarato:

“I lavori del Ponte sullo Stretto di Messina inizieranno il 23 dicembre di quest’anno e termineranno nel 2016”.

 E c’è un ultimo dato.

Le dichiarazioni dello scorso 27 giugno, a Radio 24, di Giusy Vitale, prima donna capo del mandamento mafioso di Partinico (Palermo) e ora collaboratrice di giustizia:

“Tra Cosa Nostra e i calabresi, ci sono già stati contatti in vista dell’ipotesi della costruzione del Ponte sullo Stretto”.

Lo stesso Salvo Boemi, ex procuratore aggiunto a Reggio Calabria, oggi commissario della Stazione Unica Appaltante calabrese ha avuto modo di dichiarare:

“Il ponte è il grande affare del terzo millennio per Sicilia e Calabria, se non se ne interessasse la mafia ne sarei sorpreso”.

I siciliani, storia e sentenze lo dimostrano, vogliono la pace per fare i “piccioli”. In Calabria, a Reggio Calabria, l’ultima volta che si è parlato concretamente di Ponte sullo Stretto si è sparato per sei anni.

E questa è storia.

La stessa storia che Cesare Beccaria definiva così: “La storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori fra i quali poche e confuse e a grand’intervalli distanti verità soprannuotano”.

L’ultimo schiaffo

ottobre 7, 2009

calabria

Tutta Italia è informata, grazie agli articoli pubblicati dalle maggiori testate nazionali, delle offese rivolte alla Calabria da parte di Antonello Venditti, nel corso di un concerto in Sicilia, delle quali, per primo in assoluto, ha dato notizia strill.it, la testata per la quale lavoro.

Ecco le parole pronunciate da Venditti nell’introdurre un proprio brano, Stella:

“Ma perché Dio ha fatto la Calabria? Io spero che si faccia il ponte, almeno la Calabria esisterà. Qualcuno deve fare qualcosa per la Calabria». E, ancora. Ho conosciuto un ragazzo calabrese che prendeva il traghetto per la Sicilia, dove trovava una ragione, la cultura. In Calabria non c’è veramente niente, ma niente che sia niente”.

Venditti ha smentito ciò che è difficile smentire: “Non volevo offendere la Calabria”.

A parte ciò, si tratta dell’ennesima uscita, verbale e non, contro la regione. Ve ne ricordo qualcuna, più o meno recente:

1) Qualche mese fa, su LA7, il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale, nel non considerare una priorità la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (a mio avviso giustamente, peraltro), ha definito “due cloache” le città di Messina e Reggio su cui si fonderanno i piloni del ponte.

2) Ancor prima il suo collega Curzio Maltese, in un pessimo reportage su Reggio Calabria, aveva affermato che un reggino su due è “coinvolto a vario titolo in attività criminali”.

Per entrambi è scattata la querela.

3) Nello scorso dicembre, invece, Poste italiane divulga un francobollo celebrativo in occasione del centenario del devastante terremoto del 1908 che rase al suolo Reggio Calabria e Messina: ma la dicitura presente sul francobollo è lapidaria: “Terremoto di Messina”, di Reggio nessuna parola. Eppure i morti ci sono stati anche a Reggio Calabria.

4) Il giornale tedesco “Der Spiegel”, invece, criticando (anche qui a mio avviso giustamente) l’operato della Giunta Regionale di Loiero sull’elargizione di fondi pubblicitari alla nazionale di calcio, ha definito la Calabria “piccola, povera e mafiosa”. Querela anche in questo caso.

5) Infine (sto andando a memoria, quindi dimenticherò per forza qualcosa) lo “scandalo delle siringhe” orchestrato negli anni ’90 dalla Bbc che cosparse il Corso Garibaldi di Reggio Calabria di siringhe, per rendere il proprio reportage più succulento. La Bbc chiese scusa.

Quello di Venditti è solo l’ultimo schiaffo a una terra che, comunque, giorno dopo giorno, per non farsi mancare nulla, provvede in maniera molto efficiente ad autoflagellarsi. Ecco, forse questi insulti sono la diretta (e spesso meritata) conseguenza dei nostri comportamenti.

Libera informazione

agosto 5, 2009

tre_scimmiette

Proprio ieri ho sorriso, amaramente, di fronte all’affermazione di un collega cosentino che, in un articolo, evitava di citare i nomi dei dodici individui arrestati nell’ambito dell’inchiesta “Cartesio”, coordinata dal pubblico ministero di Cosenza, Vincenzo Luberto, su un presunto maxi giro di usura, legato, ovviamente, anche alla ‘ndrangheta

“Sono garantista”, mi ha scritto tramite mail. E poi, “se questi tizi vengono assolti rischio di essere querelato per diffamazione”.

Psicosi pidielline.

Da Cosenza, oggi, mi sposto idealmente a Palermo. Leggete un po’ quest’agenzia ANSA:

Inserire notizie di cronaca giudiziaria che riguardano politici sotto processo per mafia e quelle sulla politica regionale nella rassegna stampa dell’azienda siciliana trasporti, rovina ”i sani interessi aziendali” dell’Ast, l’Azienda siciliana trasporti. Per questo motivo la giornalista Valeria Giarrusso, dipendente dell’ azienda, e’ stata sollevata dall’incarico – realizzava la rassegna stampa – e nei suoi confronti il presidente dell’Ast, Dario Lo Bosco, ha pure avviato una contestazione ”a tutela” della societa’. Lo Bosco scrive nella contestazione che nella premessa della rassegna ”con enorme stupore ed amarezza mi accorgevo che, delle sole due notizie a cui veniva dato risalto, una riguardava fatti di politica e l’altra riportava avvenimenti di cronaca giudiziaria (!), ben lungi entrambe da ogni e qualsivoglia interesse specifico di Ast Spa”. La notizia di cronaca riguardava la richiesta di pena per mafia all’ex deputato regionale Giovanni Mercadante (poi condannato) e il commento di Salvatore Borsellino all’inchiesta sulla morte del fratello Paolo. A queste notizie seguivano poi quelle sui trasporti. L’Ast, fino a pochi mesi fa, era stata al centro di polemiche per la nomina, avvenuta senza alcun passaggio in consiglio, alla guida della societa’ controllata Ast Turismo, dell’avvocato Gaetana Maniscalchi, condannata con il patteggiamento a un anno e sei mesi per favoreggiamento alla mafia, in particolare di un boss latitante agrigentino.

Non sono abituato a essere solidale con chi subisce ingiustizie, come è il caso della collega Valeria Giarrusso. Piuttosto preferisco condividere l’incazzatura per un’informazione, quella italiana, quella meridionale, che, salvo poche eccezioni, non esiste.

Campioni si nasce

luglio 29, 2009

campioneindustries

Il Corriere della Sera e La Repubblica hanno dato grande risonanza alla notizia: addirittura maggiore di quella riservata alle donnine di Silvio Berlusconi e alla deposizione, presso la Procura della Repubblica di Bari, di Patrizia D’Addario.

La notizia:

Il gip del Tribunale di Agrigento Alberto Davico, su richiesta della Procura della Repubblica di Agrigento, ha disposto il sequestro preventivo dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento. L’ospedale, sempre su richiesta del gip, dovrà essere sgomberato entro 30 giorni “a tutela dell’incolumità del personale sanitario ed amministrativo e dei degenti”.

Ma che problema ha l’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento?

Ha il problema che, secondo i giudici, è costruito con materiali altamente scadenti: secondo la Procura nei pilastri ci sarebbe più sabbia che cemento. Nella motivazione di sequestro si legge in particolare che esisterebbero:

“Gravi carenze strutturali tali da esporre la struttura a gravissimo rischio sismico”.

Ho letto la notizia da più parti, l’ho ascoltata in tv, cercavo di capire chi avesse costruito questo nosocomio, inaugurato appena cinque anni fa.

Ma nessuno lo ha detto.

Eppure bastava cercare un po’. Ma, d’altronde, se il giornalismo e la religione cristiana sono in crisi ciò è dovuto, forse, anche all’assenza di “uomini di buona volontà”.

Comunque sia, lo dico io chi ha costruito l’ospedale di Agrigento.

Segnatevi questo sito: campioneindustries.com

La Campione Industries S.p.A. è, copio e incollo dal sito della ditta, un’azienda costituita nel 1986 con la ragione sociale di “EDILMECCANICA G.CAMPIONE S.r.l.” e trasformata nel 2007 in società per azioni. Ha sede ad Agrigento e un capitale di € 1.000.000,00.

Bene, ricordate il sito?

Basta farci un giro e, tra le principali opere eseguite, con tanto di foto come vanto, potrete vedere voi stessi che la Campione Industries ha realizzato proprio l’ospedale di Agrigento, che figura per primo nel lungo elenco che l’azienda può vantare.

Vi allego una foto, a scanso di equivoci.

E meno male che ci sono io… 😀

Voci strozzate

marzo 31, 2009

informazione

Mi ha lasciato tutt’altro che indifferente la vicenda di Pino Maniaci, coraggioso giornalista siciliano rinviato giudizio per esercizio abusivo della professione da un pubblico ministero, Paoletta Caltabellotta, che, ha usato contro il conduttore di Telejato (il direttore è Riccardo Orioles) una vera e propria finezza giuridica: la “citazione diretta”.

Pino Maniaci, infatti, è un giornalista abusivo, nel senso che non ha il tesserino, ma è un giornalista vero nell’animo, nell’indole, nella voglia di dire le cose in una terra di mafia, denunciando proprio le attività di cosa nostra. La sua storia, fatta di minacce, di intimidazioni, potrebbe portarmi a una lunga divagazione sull’inutilità dell’Ordine dei giornalisti.

Una divagazione che, al momento, vi risparmio.

Voglio parlare di come cronisti coraggiosi, giornalisti veri, vengano delegittimati, lasciati soli, in quella solitudine che, in passato, ha portato spesso alla morte.

Oltre al caso di Pino Maniaci, proprio ieri ho avuto modo di leggere la lettera-denuncia scritta da un altro giornalista coraggioso: dobbiamo spostarci in Campania per scoprire la storia di Enzo Palmesano, un coraggioso giornalista che opera nel casertano e in particolare a Pignataro Maggiore, una terra dove è difficile esercitare il mestiere del cronista. Palmesano, come Pino Maniaci in Sicilia, ha sempre provato a mettere in evidenza i traffici e gli intrecci, anche politici, della camorra, ma una parte della stampa locale lo ha isolato e così ha perso il posto di lavoro e ora è costretto a vivere sotto scorta.

Ho cercato sul web: qualcuno ha titolato, giustamente, “Enzo Palmesano, il cronista licenziato dalla camorra”.

Ma, se della vicenda di Pino Maniaci si sono occupati quasi tutti gli organi di stampa nazionali, della lettera di Enzo Palmesano, inviata ad “Articolo 21”, “Micromega” e “Liberainformazione”, non ha parlato nessuno.

Ai nomi di Pino Maniaci ed Enzo Palmesano, uomini coraggiosi, lasciando perdere se possiedano o meno un tesserino, aggiungerei, ovviamente, quelli di Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione.

Tutte persone più isolate che sole.

Come era isolato Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985.

Come era isolato Cosimo Cristina de “L’ora” di Palermo. E poi, ancora, Mauro De Mauro, Mario Francese, Pippo Fava, Beppe Alfano.

Una storia già vista: inchieste non pubblicate, licenziamenti, dicerie, le classice storie di donne, fino alle stucchevoli citazioni giudiziarie.

Tutte azioni riconducibili a un solo termine: delegittimazione.

L’inizio della fine.

Delegittimano anche Messineo

marzo 9, 2009

palazzo_di_giustizia_palermo

Chiunque segua un pochino le vicende giudiziarie italiane, meridionali in particolare, non può non aver notato l’aria nuova che si respira all’interno di alcune Procure. Penso alla Procura di Reggio Calabria, dove l’arrivo di magistrati validissimi come Pignatone e Prestipino e la nomina come procuratore aggiunto di Nicola Gratteri hanno portato ordine, serenità e fiducia, dopo anni di “difficoltà”.

Un’altra Procura che sta lavorando molto bene è quella di Palermo, sotto la guida di Francesco Messineo e grazie alla nomina a procuratore aggiunto di Antonio Ingroia.

Ma, come insegnano i casi di Luigi De Magistris, Clementina Forleo e Luigi Apicella, i magistrati che fanno bene, o, almeno in maniera onesta, il proprio mestiere (e non sono moltissimi, ahimè) non sono affatto graditi alle sfere, sia alte che basse.

Qualche giorno fa, su alcuni quotidiani (La Repubblica, soprattutto) si legge una non-notizia: un’indiscrezione indica come indagato per mafia il cognato di Francesco Messineo, Sergio Maria Sacco, 64 anni, originario di Camporeale, imparentato con il boss Vanni Sacco.

Tale circostanza viene smentita, ma ciò non basta a evitare il solito ciclone di sospetti e interventi destinati a un unico scopo: delegittimare il procuratore capo di un ufficio che, dopo anni di bufere, ha finalmente ripreso a lavorare con serietà.

Sergio Maria Sacco, cognato di Messineo, è imparentato, dunque, con il boss Vanni Sacco, attivo negli anni ’50 e ’60. Sergio Maria Sacco in passato è stato anche indagato, per due volte, per concorso esterno in associazione mafiosa: le storie si concludono con un’assoluzione e un’archiviazione.

Parliamo di quindici-venti anni fa.

Storia vecchia, trita e ritrita. Per questo, prima, ho parlato di non-notizia.

Purtuttavia, sollecitata da Gianfranco Anedda, membro laico (in quota Alleanza Nazionale), la prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura discuterà il caso-Messineo.

Discuterà del nulla.

Sì, perchè, fino a prova contraria, i procuratori vengono nominati proprio dal Csm. E, nel caso di Messineo, Palazzo dei Marescialli aveva già appreso, studiato e valutato come irrilevante la parentela di Messineo con Sacco.

E’ importante, comunque, che il procuratore capo Messineo abbia ricevuto la solidarietà di tutti i pm del capoluogo siciliano, che scrivono:

“Suscita perplessità ed inquietanti interrogativi tale improvvisa e concentrica attenzione mediatica su una circostanza molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore capo di Palermo; circostanza che non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio. In una fase storica nella quale la procura della Repubblica di Palermo è impegnata in uno straordinario sforzo di contrasto al sistema di potere mafioso, che si è concretato in risultati straordinari quali la disarticolazione della compagine interna dell’organizzazione mediante l’arresto di centinaia di uomini d’onore, anche di vertice, nonché nell’aggressione alle sue immense ricchezze mediante il sequestro di patrimoni per un valore di circa due miliardi e cinquecento milioni di euro, alcuni quotidiani puntano l’attenzione della pubblica opinione sul rapporto di parentela del procuratore Messineo con alcuni soggetti in passato indagati. Tali perplessità si accrescono in considerazione della coincidenza temporale con il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra. In tale momento i magistrati della procura avvertono la necessità di rinnovare la propria incondizionata stima al procuratore capo Francesco Messineo”. 

E’ altresì importante quello che dichiara il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e spero che non cambi idea:

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, non inviera’ ”assolutamente” ispettori nella Procura di Palermo in merito alla parentela del Procuratore capo Francesco Messineo con un indagato per mafia, notizia, riportata nei giorni scorsi da alcuni quotidiani nazionali. ”Ho una stima particolarissima – ha detto Alfano, a margine della cerimonia della posa della prima pietra sulla SS. Agrigento-Caltanissetta – nei confronti di Messineo perche’ ho potuto apprezzare sul campo i risultati nella lotta alla mafia”. In merito alla apertura di un fascicolo da parte del Consiglio superiore della magistratura, Alfano ha aggiunto: ”il lavoro del Csm e’ sempre autonomo”. (Ansa)

“Il lavoro del Csm è sempre autonomo”, dice Angelino Alfano.

Già. E quando entra in gioco il Csm il pastrocchio è sempre dietro l’angolo.

Grandi opere e grandi bufale

febbraio 25, 2009

ponte-sullo-stretto1

Il Ministro dei Trasporti, Matteoli, che di nome fa Altero, ha detto:

“La stragrande maggioranza delle opere previste dal piano da 16,6 miliardi varato dal governo può partire entro il 2009, anche il Ponte sullo Stretto”.

Il Ponte sullo Stretto è una grande opera inutile, dannosa e pericolosa.

Inutile: basterebbe rendere dignitosi i collegamenti marittimi tra Calabria e Sicilia, risolvendo il problema senza spendere decine di miliardi di euro.

Dannosa: tonnellate di ferro e cemento sul territorio e tra le acque. Ora, io non ho mai votato Pecoraro Scanio & C., ma i rischi di impatto ambientale li capirebbe anche un bambino.

Pericolosa: sapete cosa successe l’11 ottobre del 1985? Ve lo dico io: a Villa San Giovanni veniva fatto saltare in aria il boss Nino Imerti, insieme con i suoi guardiaspalle. Imerti rimaneva illeso, ma cominciava la seconda guerra di mafia a Reggio Calabria. 700 morti nell’arco di sei anni. A infuocare gli animi fu il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del Ponte sullo Stretto.

A questo, giova ricordare la dichiarazione che il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci, ebbe modo di fare, a Gorizia, il 6 ottobre del 2008:

”Contiamo di aprire i cantieri per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina alla meta’ del 2010”

Per un’opera della quale, come abbiamo visto, si parlava già negli anni ’80, un anno di differenza cosa volete che sia…? Insomma, i cantieri apriranno nel 2009 o nel 2010?

Speriamo mai.

Ma il Ministro dei Trasporti, Matteoli, che di nome fa sempre Altero, parlando degli eterni lavori di ammodernamento dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria ha anche detto:

“i lavori sulla A3 termineranno entro la fine del 2011, inizio del 2012 e una volta terminata si pagherà il pedaggio”.

Pietro Ciucci, presidente di Anas, il 2 giugno del 2008, però, in un’intervista a La Repubblica, dichiarava:

“Tra la fine del 2008 e la metà del 2009 saranno avviate le gare. Il completamento di tutto il percorso avverrà entro l’inizio del 2013”.

Ora, il 2008 è finito e la metà del 2009 si avvicina sempre di più. E, ancora, per la fine dei lavori di ammodernamento, Ciucci indica come data il 2013, mentre Matteoli, al massimo il 2012: ma d’altronde, cosa volete che sia un anno di differenza per la più grande incompiuta della storia d’Italia?

Sia Matteoli che Ciucci sanno, però, che, in diversi lotti, i lavori sono fermi per mancanza di denaro. Ma Matteoli ha assicurato:

“la Salerno-Reggio Calabria è tutta finanziata, ci sono stati problemi che hanno fatto ritardare i lavori e che hanno costretto il ministro Maroni ad andare in Calabria a portare uomini e mezzi, perché le imprese se ne volevano andare, ma le abbiamo convinte a restare”.

Le imprese se ne vogliono andare perchè non vengono pagate (sono ormai decine e decine i lavoratori licenziati) e perchè vengono, continuamente, taglieggiate dalle cosche che pretendono la “tassa” sui lavori e, di tanto in tanto, a chi sgarra, bruciano una gru o qualche altro macchinario. Difficile biasimare chi si è rotto le scatole di dover obbedire alle leggi di uno stato parallelo. Senza contare le aziende che vengono bloccate per infiltrazioni mafiose, vedi Condotte SpA (poi riabilitata), dilatando, così i tempi.

Matteoli e Ciucci, queste cose, però, non le hanno dette.