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Storia di un banale, drammatico, errore giudiziario

gennaio 18, 2010

da www.strill.it

C’è un uomo. Si chiama Francesco Spanò e ha 39 anni. Francesco Spanò è nato a Taurianova, ma vive a San Ferdinando, un paese di 4500 anime che si affaccia sul golfo di Gioia Tauro.

Lo arrestano nell’ambito dell’operazione “Maestro”. 

L’operazione Maestro è di quelle che, solitamente, vengono definite “brillanti”. Il blitz del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri scatta all’alba del 22 dicembre 2009. In manette finiscono 27 indagati. L’indagine, condotta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ricostruisce gli equilibri mafiosi della Piana di Gioia Tauro.

Quella di Gioia Tauro è una zona calda, dove gli affari portano, assai spesso, a fatti di sangue, dove, sempre in nome degli affari, le alleanze cambiano facilmente. I legami, anche quelli che sembravano indissolubili, si spezzano in pochi istanti: come accade il 1° febbraio del 2008, quasi due anni fa, quando viene assassinato Rocco Molè, il reggente dell’omonimo clan da sempre alleato all’altra cosca storica di Gioia Tauro, la famiglia Piromalli.

Alla base dell’assassinio di Rocco Molè, infatti, vi sarebbero proprio gli intrighi riguardanti le spartizioni degli affari e del denaro. Soprattutto degli affari e del denaro del porto di Gioia Tauro: e gli inquirenti ipotizzano che dietro tale, clamoroso, omicidio vi sia proprio la famiglia Piromalli.

Ma torniamo all’operazione “Maestro”.

Oltre al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ipotizzano anche l’associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in Europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali. I Carabinieri sequestrano beni per cinquanta milioni di euro.

L’indagine colpisce, in particolare, i presunti affiliati alla cosca Molè.

Tra gli arrestati c’è anche Francesco Spanò, 39 anni, originario di San Ferdinando. Spanò finisce in carcere, come gli altri indagati, il 22 dicembre: trascorre in carcere il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Trascorre in carcere gran parte delle festività natalizie.

Ma c’è un particolare. Francesco Spanò con l’indagine “Maestro”, con la cosca Molè, con la ‘ndrangheta, non c’entra nulla.

Cosa che, peraltro, Francesco Spanò afferma fin da subito. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Spanò, infatti, nega di aver mai intrattenuto alcun tipo di rapporto con individui ritenuti affiliati alla cosca Molè.

Gli avvocati di Spanò, Giuseppe Bellocco e Mario Virgillito, il 5 gennaio depositano un’istanza di revoca della misura cautelare. Sulla scorta di una nota del ROS dei Carabinieri, anche il pubblico ministero che cura l’indagine dà parere favorevole: il Gip Domenico Santoro ordina l’immediata scarcerazione di Spanò.

C’è stato un errore.

Il 30 novembre del 2007 gli investigatori ascoltano un’intercettazione telefonica. Da un capo del filo c’è Antonino Molè, classe 1989. Dall’altra parte, invece, c’è un soggetto identificato come “Ciccio”. Nella conversazione Molè indica al proprio interlocutore di aver suonato per errore a Domenico, “soggetto – come si legge nel dell’ordinanza di revoca della misura cautelare – presente nello stabile ed evidentemente conosciuto da entrambi gli interlocutori”. Il “Domenico” altri non è che Domenico Stanganelli, cugino di Antonino Molè, che dimorava proprio insieme con “Ciccio”.

Ma quel “Ciccio” non è Francesco Spanò. E’ scritto nel decreto di revoca della misura cautelare: “…i successivi accertamenti in proposito delegati dal PM hanno evidenziato come utilizzatore dell’utenza …. coinvolta nelle conversazioni poste a fondamento della richiesta, intercorse tra Antonino Molè, classe 1989, e il soggetto denominato Ciccio, debba ritenersi altro soggetto, diverso da Francesco Spanò”.

Uno scambio di persona.

No, Francesco Spanò non doveva finire in carcere. C’è stato un errore. Un errore che verrà risarcito economicamente in virtù delle leggi che regolamentano l’ingiusta detenzione in carcere, ma che, sicuramente, segnerà per molto tempo la vita di Francesco Spanò, sbattuto in prima pagina da tutti i media, e dei suoi familiari, costretti a trascorrere, come dice il fratello della vittima, “un Natale buio”.

Quella di Spanò è una storia calabrese. Una storia brutta.

Una storia che non deve intaccare la fiducia nelle Istituzioni, nella Magistratura e nell’Arma dei Carabinieri che, giorno dopo giorno, lottano, con coraggio e dedizione, soprattutto in territori come quelli della Piana di Gioia Tauro, contro la criminalità organizzata.

Sangue e manette fanno vendere più copie. Ma quella di Francesco Spanò è una storia che l’onestà impone di raccontare.

Per fornire una voce a chi non ce l’ha. Per restituire la dignità rubata a un essere umano, trattato come un criminale.

Come qualcosa che non è.

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Centrale a carbone: Strasburgo vuole una drastica riduzione delle emissioni di Co2

ottobre 2, 2008

da www.strill.it

Esattamente una settimana fa, giovedì 25 settembre, la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha votato la proposta di regolamento sui limiti di biossido di carbonio delle automobili.  Il risultato del voto ha, di fatto, respinto la proposta di introdurre gradualmente i nuovi limiti alle emissioni di Co2 per le vetture (130 grammi per chilometro) dal 2012 al 2015, invece di imporli drasticamente nel 2012. L’obiettivo vincolante di 130 g/Km come obiettivo medio per la flotta di autovetture nuove sarà obbligatorio per tutti dal 1° gennaio 2012.

Il Parlamento Europeo, la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo, disciplina, quindi, le emissioni di Co2 delle vetture. Ma la Co2, il biossido di carbonio, emesso, con valori variabili a seconda del modello, dalle automobili, oltre a essere il principale gas serra, è anche il gas che la centrale a carbone di Saline Joniche sprigionerebbe in massicce quantità. Centrale a carbone sulla quale la SEI S.p.A., promotrice del progetto, sta continuando a lavorare come documentato da strill.it, nonostante il secco “no”, al momento non ratificato con una delibera, che la Regione Calabria ha lanciato nel corso della Conferenza dei servizi, tenutasi a Roma lo scorso 18 settembre.

E mentre la Regione Calabria continua a cincischiare, è bene ricordare che, qualora venisse costruita e ultimata, la centrale a carbone di Saline Joniche produrrebbe, ogni anno, 7 milioni e 600 mila tonnellate di biossido di carbonio: sarebbe, quindi, la quarta centrale d’Italia per emissioni di Co2. E l’Italia, Paese che ha aderito al Protocollo di Kyoto, deve operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti. Tra questi elementi inquinanti c’è, in prima posizione, la Co2, altrimenti detto biossido di carbonio, altrimenti detta, anidride carbonica.

Tutti dati ampiamente verificabili che strill.it ha già fornito ai lettori negli scorsi mesi.

Ma, adesso, c’è un ulteriore elemento: il Parlamento Europeo intende porre in atto una drastica riduzione alle emissioni di Co2 e coinvolge, così, anche le automobili. Per quanto riguarda la SEI S.p.A. si tratta di un input indiretto più concettuale che normativo; naturalmente la legiferazione sulle autovetture è, infatti, completamente diversa da quella alla quale dovrà attenersi la società, che, interpellata da strill.it, dichiara: “Al momento il progetto è fermo, tuttavia la SEI S.p.A., attraverso tecniche di ultima generazione, ha ridotto, al minimo possibile dalle attuali conoscenze, le emissioni di Co2”.

Produzione di autovetture e costruzione di centrali elettriche: settori tanto, troppo, diversi, accomunati, però, da un destino comune. La riduzione dell’anidride carbonica è, infatti, nel mirino del Parlamento Europeo: lo dimostrano gli invalicabili paletti fissati per i Paesi membri per quanto riguarda la produzione di Co2 tramite centrali elettriche, lo dimostra, da ultima, la bocciatura della proposta di introdurre gradualmente i nuovi limiti alle emissioni di Co2 per le vetture dal 2012 al 2015.

Proprio nel 2012, qualora il progetto dovesse sbloccarsi, la centrale a carbone di Saline Joniche dovrebbe vedere la luce, con il completamento dei lavori di costruzione. Ma il biossido di carbonio che sia emesso dai tubi di scappamento delle auto, dalle navi, dagli aeroplani o dalle centrali a carbone, è nocivo alla salute: da Strasburgo, quindi, arrivano contromisure, anche intransigenti, per abbassarne la presenza nell’aria.

E’ evidente, allora, che il Parlamento Europeo abbia imboccato una via ben precisa ormai. Storceranno il naso i costruttori di automobili, imprecheranno le società, come la SEI S.p.A., volte alla produzione energetica, ma il trend messo in atto dalla massima Assise continentale sembra davvero difficile da invertirsi; questa volta è toccato al settore automobilistico, ma, rimarcando l’opportunità di non confondere i diversi tavoli sui quali si giocano le partite, è ugualmente indispensabile sottolineare come, iter normativo a parte, l’indirizzo del Parlamento Europeo sia chiaro, ancorché perentorio: frenare le emissioni di anidride carbonica, indipendentemente dalla loro origine.

E di anidride carbonica la centrale a carbone di Saline Joniche ne produrrebbe davvero tanta.