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Le cosche gli distruggono il negozio, lo Stato lo risarcisce con 4500 euro

agosto 24, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

Definire “danno” quello che Salvatore D’Amico ha subito per mano della criminalità organizzata è davvero molto poco. E’ parimenti un eufemismo definire “beffa” il

 risarcimento che lo Stato ha riconosciuto a un uomo, della cui storia strill.it si è già occupato, che, in un sol colpo, si è visto distrutta la propria attività commerciale (un negozio di prodotti informatici sito sulla via Nazionale di Archi a Reggio Calabria) e ha dovuto ricominciare da zero, tra mille difficoltà e senza alcuna sicurezza.

A quasi due anni dall’incendio che distrusse il suo esercizio (era il settembre del 2007), Salvatore D’Amico si è visto accogliere la richiesta di contributo economico, inviata, tramite la Prefettura di Reggio Calabria, al Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antisura.

Si chiude un cerchio, almeno dal punto di vista finanziario. Sul fatto, invece, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria sta ancora indagando.

Quanto alla somma che lo Stato elargirà a D’Amico, il Nucleo di Valutazione, esaminati gli atti, consistenti nella perizia di parte, nelle fatture, nelle quietanze relative alle somme ricevute dall’assicurazione a titolo di indennizzo e nella dichiarazione dei redditi del richiedente, ha quantificato il danno emergente subito da Salvatore D’Amico, in seguito alla completa distruzione del proprio esercizio commerciale, in circa 6000 euro e il mancato guadagno in 237 euro.

Questo il danno quantificato.

A Salvatore D’Amico, 39enne con un passato anche nella vita politica locale della Circoscrizione di Archi, verrà elargita, però, solo una provvisionale di 4500 euro, pari al 70% del danno stimato.

“Una miseria, un’offesa”, dice l’interessato.

D’Amico aveva già inoltrato un’istanza di sussidio, ma, con decreto commissariale 371/2008 era stato disposto il non accoglimento  dell’elargizione richiesta. In quel tempo la Procura della Repubblica di Reggio Calabria aveva espresso parere contrario all’accoglimento della pratica “per carenza del requisito previsto dall’art. 3 della legge 44/99, in ordine alla riconducibilità delle azioni delittuose, a estorsione o intimidazione ambientale”.

In parole povere, non emergeva dagli atti dei magistrati alcuna richiesta estorsiva subita da D’Amico. Risultato: non poteva accedere al fondo destinato a chi è vittima del racket.

Oggi, invece, l’inchiesta dei pubblici ministeri che si occupano del caso sembra aver preso una piega diversa, perché la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, interpellata dalla Prefettura, in merito all’accertamento di nuove ipotesi investigative relative ai fatti delittuosi, ha dichiarato di aver ascoltato lo stesso D’Amico in merito all’incendio subito dal negozio in Via Nazionale e che le sue dichiarazioni “hanno trovato preliminare riscontro nelle attività di indagini svolte”.

E, questa volta, il parere positivo è arrivato.                   

Ma, in ogni caso, i 4500 euro elargiti dallo Stato ai sensi della legge n.44 del 23 febbraio del 1999, per Salvatore D’Amico sono troppo pochi: “E’ una cifra che non mi consentirebbe di ricominciare. Ho intenzione di non arrendermi – dice con rabbia e delusione – mi rivolgerò al Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, voglio che conosca la mia storia”.

Contro il provvedimento di elargizione fondi è possibile proporre ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e Salvatore D’Amico è deciso: “E proprio quello che farò”.

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Distrutto dalla ‘ndrangheta e abbandonato dallo Stato

giugno 17, 2009

informatica_damico

da www.strill.it

La svolta arriva nella notte tra il 9 e il 10 settembre del 2007, quando il suo negozio di prodotti informatici viene devastato da un’esplosione. E’ l’atto eclatante. Prima e dopo, però, la vita di Salvatore D’Amico, 39enne commerciante

 di Reggio Calabria, assume, connotati inquietanti e drammatici. L’attentato dinamitardo subito dall’attività commerciale di Salvatore D’Amico è solo l’atto finale di una lunga serie di brutti ed inequivocabili segnali, minacce e danneggiamenti. Episodi che D’Amico denuncia ai Carabinieri: si va dalle cartucce di fucile e di pistola posizionate nei pressi dell’attività commerciale (sita sulla via Nazionale di Archi, ndi), al rinvenimento di una bottiglia contenente liquido presumibilmente infiammabile, fino alle minacce telefoniche tramite sms.

Le minacce e le seguenti denunce cominciano nel periodo in cui D’Amico svolge attività politica presso la X^ Circoscrizione di Archi, dove nella legislatura del 2001 ricopre l’incarico di presidente della “Commissione Attività Culturali, Ricreative e Sportive”. Potrebbero essere legati anche alla politica i drammi di Salvatore D’Amico: i dissapori e i problemi, anche gravi, nascono dopo la scelta del commerciante consigliere circoscrizionale di abbandonare la lista di Alleanza Nazionale, nella quale era stato eletto, per passare all’UDC, quando qualche consigliere non gradisce la sua scelta cominciano le aggressioni verbali e le minacce tramite sms.

Poi, nel marzo del 2004, l’apertura dell’attività commerciale: un calvario fatto di danneggiamenti, che si conclude con la distruzione dell’intero immobile, nel settembre del 2007, tre anni e mezzo dopo l’apertura. Da quel momento comincia una seconda parte del calvario di Salvatore D’Amico, fatto di silenzi, solitudine, dinieghi e rimandi. Ad oggi, infatti, a distanza di quasi due anni dall’evento, sul quale indagano due magistrati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria (i pm Ronchi e Arena), Salvatore D’Amico, pur avendo inoltrato una richiesta ai sensi della legge 44/99 che regolamenta le “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”, non ha ancora ricevuto un centesimo a titolo di risarcimento per l’attentato subito, sebbene una perizia dello scorso gennaio quantifichi i danni materiali subiti dalla sua attività commerciale in 94.685,00 euro.

Il 28 novembre del 2007, a pochi mesi dall’attentato, infatti, Salvatore D’Amico presenta una richiesta di risarcimento danni ai sensi della legge 44/99, ma, nell’estate del 2008, con la delibera n.371,  il Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Giosuè Marino, non accoglie la richiesta: D’Amico non avrebbe ricevuto richieste estorsive, quindi, nonostante i danneggiamenti e la distruzione della propria attività commerciale, secondo Marino e il suo ufficio, non può essere considerato una vittima del racket. La decisione viene notificata a D’Amico il 30 settembre del 2008. Tre giorni dopo, il 3 ottobre, il commerciante presenta una richiesta di riesame, il cui esito è atteso per i prossimi giorni.

Solitudine, ma, soprattutto, silenzi, da parte di quasi tutte le Istituzioni: “E’ per me di fondamentale importanza – ci dice Salvatore D’Amico – sottolineare la vicinanza della Prefettura, nella persona del Prefetto Musolino e della sua segreteria, nonché del Direttore della Confcommercio di Reggio Calabria, Attilio Funaro e della sua segretaria, la dottoressa Bianca Scalfari, che non mi hanno mai abbandonato”. Uniche eccezioni istituzionali, in un mare di indifferenza: “Mi preme evidenziare – aggiunge D’Amico – anche la vicinanza dei ragazzi del Collettivo Studentesco “Libera Lotta”,  capeggiato da Antonino Martino”.

Difficoltà, drammi: dopo l’attentato incendiario della propria attività commerciale, discretamente avviata, Salvatore D’Amico, quasi 40enne, è costretto a ritornare a vivere con i propri genitori, ma non si dà per vinto e prova e riprova a rifarsi una vita, senza trascurare il diritto, innegabile, di ottenere giustizia. Scrive anche a Francesco Forgione, allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, scrive una lunga lettera, nella quale espone la propria situazione e chiede un aiuto istituzionale. Complice, forse, la caduta del Governo Prodi, Forgione non farà in tempo a rispondere da Presidente dell’Antimafia, lo farà solo nei mesi successivi, dopo l’esclusione del suo partito, Rifondazione Comunista, dal Parlamento italiano.

Un negozio totalemnte distrutto, danni per quasi 100mila euro. Accanto alla sete di giustizia, però, Salvatore D’Amico, tenta di ricominciare una vita, anche imprenditoriale: ha inizio così una lunga serie di richieste inoltrate presso l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. Il 17 aprile inoltra una lettera al sindaco Giuseppe Scopelliti nella quale chiede il rilascio di una concessione a titolo oneroso di uno spazio pubblico per avviare una nuova attività: “Ho inoltrato la richiesta al Comune, – spiega Salvatore D’Amico – perché, nonostante i ripetuti tentativi, non sono riuscito a ottenere l’affitto di alcun locale, poiché gli ipotetici locatari hanno paura a concedere i loro beni in affitto a persone come me che sono stati oggetto di attenzione da parte del crimine organizzato”.

Il 20 aprile del 2009, inoltra al Comune di Reggio Calabria tre diverse richieste di concessione di aree costiere, quelle per intenderci, inserite nel cosiddetto “piano spiagge”, per realizzare una zona turistico-ricreativa. D’Amico individua tre aree, una a Pellaro, una a Calamizzi e, infine, una nelle Spiagge Bianche nel rione Gebbione: tutte aree da sottoporre ad interventi di bonifica o rinaturalizzazione. Il settore “Qualità ambientale” del Comune di Reggio Calabria protocolla la richiesta di D’Amico già il 28 aprile, respingendola a causa della “assoluta genericità e mancanza di documentazione allegata della stessa”, spiegando che “le istanze potranno essere presentate solo dopo l’approvazione definitiva del nuovo Piano Comunale delle Spiagge” approvato, peraltro, proprio il giorno prima, il 27 aprile.

Sempre il 20 aprile, inoltra un’altra missiva, al sindaco Scopelliti e al consigliere comunale, con delega alla Legalità, Giuseppe Sergi, nella quale chiede lumi sulle modalità necessarie per accedere al protocollo d’intesa, riservato ai soggetti colpiti dalla criminalità organizzata, “Vedo, sento, parlo”, firmato nel febbraio del 2008.

A distanza di quasi due mesi, l’unica, circostanziata, risposta del Comune è rappresentata dal “no” alla concessione di un’area costiera demaniale. Nessuna risposta, invece, sul famigerato “Vedo, sento, parlo”, che, invece, dovrebbe costituire una “cura” parziale, ma immediata, per commercianti ed imprenditori taglieggiati dalla criminalità organizzata.

Sono passati quasi due anni da quel settembre del 2007, Salvatore D’Amico è stanco ma non molla: “A breve dovremmo ricevere il responso del riesame della pratica ai sensi della legge 44/99 – spiega -. Continuerò a lottare, perché credo nel lavoro. Da quest’esperienza negativa, comunque, nascerà un’associazione antiracket, antiusura, in difesa dell’educazione dei giovani e dei diritti civili. Si chiamerà RHEGION FREE”.

Un dramma circondato da una solitudine di cui si è macchiato soprattutto quello Stato, nei suoi vari livelli, che dovrebbe invece tutelare la gente onesta: se e quando arriverà il risarcimento pecuniario per l’attività commerciale distrutta, nessuno restituirà una vita “normale” a Salvatore D’Amico.

L’Italia che Berlusconi vorrebbe

gennaio 22, 2009

silvio_berlusconi

Potrebbe presto coronare uno sei suoi sogni. Silvio Berlusconi preme forte l’acceleratore per arrivare alla limitazione delle intercettazioni telefoniche.

Ecco il Silvio-pensiero, in attesa che se lo rimangi, ovviamente:

“Intercettazioni per tutti quei reati che prevedono pene superiori ai dieci anni di reclusione. Per gli altri non è necessario”.

Con un discorso del genere Berlusconi dimostra di subordinare l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche in base alla gravità del reato (sancita dalla pena detentiva).

Ora, partendo dal presupposto che, a mio parere, non debba essere modificata di un millimetro l’attuale situazione, se proprio una limitazione ci deve essere, questa non dovrebbe essere dettata dalla gravità dei reati, ma dalla possibilità che essi siano “scoperti” ugualmente anche senza l’utilizzo delle intercettazioni.

Dai reati di mafia (che, comunque, non sarebbero interessati dalle limitazioni), a quelli di natura economica, non esiste oggi reato che possa fare a meno del contributo delle intercettazioni.

Ecco un breve elenco di reati per i quali non potrebbero più essere utilizzate le intercettazioni, qualora passasse (e credo che il rischio sia elevato, purtroppo) il Silvio-pensiero.

<Art. 416 Associazione per delinquere (codice penale). Pena detentiva: da tre a sette anni.

<Art. 610 Violenza privata (codice penale). Pena massima: quattro anni.

Art. 624 Furto (codice penale). Pena detentiva: fino a tre anni.

Art. 628 Rapina (codice penale). Pena detentiva: da tre a dieci anni (salvo aggravanti).

Art. 629 Estorsione (codice penale). Pena detentiva: da cinque a dieci anni (salvo aggravanti quali minaccia armata o appartenenza ad associazioni mafiose).

Art. 634 Turbativa violenta del possesso di cose immobili (codice penale). Pena massima: due anni.

Art. 640 Truffa (codice penale). Pena massima: cinque anni.

Art. 640 bis Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (codice penale). Pena massima: sei anni.

Art. 640 ter Frode informatica (codice penale). Pena massima: cinque anni.

Art. 644 Usura (codice penale). Pena detentiva: da due a dieci anni (salvo aggravanti).

Art. 646 Appropriazione indebita (codice penale). Pena massima: tre anni.

Art. 648 Ricettazione (codice penale). Pena detentiva: da due a otto anni.

Art. 621 Rivelazione del contenuto di documenti segreti (codice penale). Pena massima: tre anni.

Art. 306 Banda armata: formazione e partecipazione (codice penale). Pena detentiva: da tre a nove anni (solo partecipazione).

Potrei continuare ancora per tanto tempo, ma credo che l’elenco sia già piuttosto inquietante. Ho citato solo i reati per i quali potrebbe essere davvero utile avere a disposizione lo strumento delle intercettazioni.

Ecco l’Italia che Silvio Berlusconi vorrebbe.

Silvio Berlusconi, evidentemente, ritiene che questi (e altri) reati non siano degni dell’utilizzo delle intercettazioni.

Robetta, per carità: usura, estorsione, associazione a delinquere, truffa, ricettazione, financo banda armata.

Non v’è dubbio che tali reati possano essere scoperti anche senza il mezzo elettronico, ma io ragiono per esperienza.

E per esperienza non ricordo nessun magistrato, nessun investigatore che non abbia mai sottolineato l’importanza delle intercettazioni telefoniche e/o ambientali per l’attività d’indagine.

Sono tutti spioni?

Eppur si muove

gennaio 12, 2009

reggiocomepalermo

La notizia l’avete già letta sia su strill.it, sia sul blog di Antonino Monteleone.

Sono passati alcuni giorni da quando, sui muri di Reggio Calabria, sono apparsi i manifesti antiracket “Reggio come Palermo”.

E’ giunto il tempo di riflettere.

Il racket, le estorsioni, l’usura, sono attività di vitale importanza per le cosche per due motivi.

1) Per l’introito economico, ovviamente.

2) Perchè permettono, alla criminalità organizzata, di mantenere il controllo (nel senso letterale del termine) del territorio.

Nelle ultime due settimane abbiamo assistito ad alcune cose che possono farci sperare, ma, soprattutto, devono innescare, necessariamente, un moto d’orgoglio generale, collettivo.

30 dicembre: la Guardia di Finanza arresta Giuseppe Filice, già condannato per associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti Filice estorceva denaro per conto del clan Barreca, operante a Pellaro, rione a sud di Reggio Calabria.

L’arresto di Filice assume notevole importanza perchè arriva in seguito alla denuncia delle vittima, un imprenditore taglieggiato che ha avuto il coraggio di denunciare. L’imprenditore è stato, di recente, incoraggiato, attraverso i giornali, da una lettera inviata dal prefetto di Reggio Calabria, Franco Musolino.

Poi, a gennaio, l’imprenditore Nino De Masi riprende la propria battaglia: si apre il processo d’appello ai tre grandi istituti di credito Bnl, Antonveneta e Banca di Roma e ai suoi manager, Luigi Abete, Dino Marchiorello e Cesare Geronzi, alla sbarra per il reato di usura.

Il capolavoro, però, lo realizza, a Lamezia Terme, Rocco Mangiardi che, in aula, nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Progresso”, rendendo palese la propria faccia, ma, soprattutto, il proprio coraggio, punta il dito e riconosce il proprio estorsore: Pasquale Giampà, 42 anni, figlio di Francesco, detto il “professore”, da tempo in galera, ritenuto a capo dell’omonima cosca.

Alcuni giorni fa, a Reggio Calabria, infine, la manifestazione, al momento anonima, dei manifesti.

Ha ragione Salvatore Boemi quando dice che “è ora che lo stadio cominci a tifare”.

C’è una parte buona, sana e coraggiosa della Calabria.

E’ nascosta.

E’ compito di tutti trovarla e farla uscire fuori.

La Befana è morta. E la Calabria?

gennaio 6, 2009

operazionecenereecarbone

Ho apprezzato molto l’iniziativa della Fiamma Tricolore, tenutasi a Reggio Calabria e a Villa San Giovanni.

Leggo all’interno del comunicato:

Disoccupazione, precariato, corruzione politica, usura, estorsioni, etc.: sono questi alcuni dei doni destinati alla Calabria e portati in spalla dalla Befana del 2009 che disperata ha cosi deciso di suicidarsi vittima anch’essa della classe politica regionale e nazionale.

Disoccupazione, precariato.

In Calabria di lavoro ce n’è davvero poco. E la fame, insieme alla poca cultura, portano al malaffare. In questo siamo esperti.

Corruzione politica.

Il Consiglio Regionale più inquisito della storia, consiglieri comunali chiacchierati, comitati d’affari, magistrati amici delle cosche, ex pubblici ministeri che si mettono in società con dei condannati, pm onesti che vengono mandati via, in punizione. Che bellezza!

Usura

Un imprenditore, Nino De Masi, costretto a scrivere al Capo dello Stato, affinchè questi possa vigilare sull’imparzialità e la correttezza del processo di appello, che il prossimo 9 gennaio vede alla sbarra i vertici di alcuni dei maggiori istituti di credito italiani con l’accusa di usura. Ma i processi non dovrebbero essere, a priori, giusti, imparziali e corretti?

Estorsioni

Decine di macchine bruciate ogni notte, le saracinesce di diversi esercizi commerciali fatte saltare in aria, imprenditori, come Cosimo Virgiglio, 42enne di San Ferdinando, amministratore della Cargoservice s.r.l., costretto a chiudere la propria attività, lasciando disoccupati i suoi sette dipendenti, con la speranza di poter ricominciare a lavorare al Nord. All’indomani della chiusura della mia società dirò ai miei figli: “Papà è costretto ad andare a lavorare al nord perché qui in Calabria non c’e’ rispetto e tutela”, scrive in un comunicato. L’arresto di Giuseppe Filice, che estorceva soldi per conto della famiglia Barreca, giunto dopo la denuncia di una vittima, lascia un briciolo di speranza.

La stessa speranza che danno, giorno dopo giorno, le forze dell’ordine, mai così attive in Calabria, a Reggio in particolare, come in questi giorni.

La speranza che la Calabria, dove, in media, si consuma un omicidio o una minaccia al giorno, possa un giorno liberarsi.

La speranza, l’unica cosa che ci resta.

Ora che anche la Befana se n’è andata.

A3: citofonare ‘ndrangheta

novembre 21, 2008

a3_salerno_reggio_calabria

E’ vero che dopo la revoca del certificato antimafia a Condotte S.p.A (poi restituito da una sentenza del Tar) non ci si dovrebbe meravigliare di nulla: Condotte è infatti sorta nel 1880 e nel 2006, tanto per fare qualche numero, ha avuto un giro d’affari di 713 milioni di euro con un utile di 6,9 milioni. Insomma, se anche una ditta come Condotte viene “sfiorata” dal sospetto della connivenza con le cosche non ci si dovrebbe meravigliare se altre ditte, certamente con un capitale più modesto, vengono investite dalla revoca del certificato antimafia.

Per uno come me che in matematica aveva uno, avere paura dei numeri è quasi fisiologico, ma apprendere che ben 31 (trentuno!) ditte operanti sul tracciato della A3 Salerno Reggio Calabria sono state interdette per la revoca del certificato antimafia è davvero inquietante.

Non sorprende, ma inquieta.

Inquieta, ancor di più, perchè appena due settimane fa, circa, degli operai di una ditta impegnata presso Bagnara Calabra sono stati minacciati a suon di lupara.

Del resto, le cosche, con la pretesa di ricevere il famoso 3% sul costo dei lavori, hanno messo lo zampino fin dalla realizzazione del primo metro quadro di asfalto della Salerno-Reggio Calabria.

Ma, dagli anni ’60/’70, quando fu cominciata e ultimata la A3, di tempo ne è passato: ma gli ‘ndranghetisti, si sa, sono tipi abitudinari.

Ecco, con l’ausilo dell’ottima relazione sulla ‘ndrangheta di Francesco Forgione, un piccolo riassunto delle più recenti inchieste con al centro gli eterni (e per questo redditizi, per le cosche) lavori della Salerno-Reggio Calabria:

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,  nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

L’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza.

Anno del Signore 2002: ero troppo giovane per occuparmene.

Sull’inchiesta Arca, che invece è molto più recente (estate 2007), so qualcosina in più:

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria  ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.  

Il sindacalista in questione è Noè Vazzana (da qui il nome “Arca”, che mattacchioni!) e sarebbe il personaggio chiave di tutta la vicenda: l’anello di congiunzione tra la legalità e l’illegalità. L’inchiesta si è occupata dei lavori ricadenti nel tratto Mileto-Gioia Tauro. Ci sono cognomi che contano parecchio nell’occ Arca: Bellocco, Pesce, Raso, Piromalli, De Stefano.

Le cosche mettono lo zampino: è ovvio che se 31 ditte vengono interdette ne devono arrivare di nuove a lavorare sul territorio. E questo richiede del tempo.

Ma questo alla ‘ndrangheta sta più che bene.

Facile capire, infatti, perchè le cosche abbiano tutti gli interessi per rallentare il corso dei lavori: più i cantieri rimangono attivi, più soldi entrano nelle casse della ‘ndrangheta. Con buona pace dell’amministratore Anas, Pietro Ciucci che è convinto di ammodernare l’autostrada A3 entro il 2013.

E, mentre attendo l’avvio dei lavori del commissario Boemi e della Stazione Unica Appaltante, devo dire che allora hanno davvero ragione, e con me sfondano una porta già spalancata, gli onorevoli Franco Laratta (Pd) e Angela Napoli (Pdl) quando invocano l’esercito nei cantieri. Da sempre, infatti, sono un fautore della militarizzazione di tutte le zone calde, quali Palermo, Napoli, Catania, ma, soprattutto, la Calabria intera, dove lo Stato, oramai, è costretto a fare (malissimo) la parte dell’infiltrato.